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Per i fan di Brad Pitt, del regista James Gray e non solo, Ad Astra è decisamente uno dei film più attesi e importanti dell'anno. Saltata la presenza a Cannes, a dispetto dei pronostici, il kolossal che scrive un nuovo capitolo nell'ambito della fantascienza "adulta" à la 2001. Odissea nello spazio è stato presentato in anteprima nel concorso della 76esima Mostra del Cinema di Venezia. Tour de force attoriale per un Pitt che chiaramente punta a una nomination all'Oscar, il nuovo film del regista di I padroni della notte e Civiltà perduta delude purtroppo le aspettative. 

Da sempre teso a declinare il cinema di genere alla sua sensibilità autoriale, Gray prova a fare lo stesso con la sci-fi che, al di là della spettacolarità visiva (motivo per cui si consiglia la visione sul grande schermo), è un mero scenario per raccontare un dramma psicologico su un rapporto irrisolto tra padre e figlio. In un futuro prossimo, l'astronauta Roy McBride (Pitt) è incaricato di mettersi in contatto con il padre Clifford (Tommy Lee Jones): scomparso anni prima in una missione spaziale, sarebbe ancora vivo e dalla sua nave nei pressi di Nettuno minaccerebbe l'esistenza stessa della Terra. 

Per quella che lo stesso Gray, in conferenza stampa, ha definito "una storia piccolissima, molto personale, che avesse come sfondo il macrocosmo, l’infinito”, le premesse erano notevoli; peccato che in gran parte siano state disattese. Al netto di una fascinosa ricercatezza visuale, Ad Astra si pone come un'opera derivativa e scarsamente originale. Difficile non pensare ad opere similari recenti come Interstellar, Gravity e The Martian o, per le atmosfere e le musiche, persino a Blade Runner. E non ci sarebbe nulla di male, nel tracciare una parentela con i titoli succitati, se non fosse che il film di Gray non aggiunge nulla a questo percorso interno al genere fantascientifico.

Estenuante nei suoi "soli" 120 minuti di durata, Ad Astra si muove faticosamente nel racconto - ridotto all'osso - di un tormento edipico e di una missione per salvare il mondo, costantemente accompagnato dalla voce over del suo protagonista e che poggia interamente sulle spalle di Pitt. Tutti gli altri personaggi, a partire dallo stesso Tommy Lee Jones, sono secondari e risultano decisamente sprecati divi come Donald Sutherland e Liv Tyler, utilizzati sostanzialmente per lo spazio di due camei. Ciò che dispiace maggiormente, per paradosso, è proprio il fatto che la performance di Pitt, accuratamente studiata per attirare premi, risulti affaticata e non convincente quanto altre sue prove precedenti (Bastardi senza gloria di Tarantino in primis).

Voto: 2/4 

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