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Venezia76  

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Sarebbe ingiusto associare la presenza di Haifaa Al-Mansour in concorso alla 76esima Mostra del cinema di Venezia a un mero discorso di "quote rosa" e all'imperante dibattito sull'inserimento di un maggior numero di registe donne ai festival. La cineasta 45enne, in competizione al Lido con The Perfect Candidate, si è imposta sulla scena internazionale come la figura più importante dietro la macchina da presa nel suo Paese, l'Arabia Saudita. Prima regista donna della nazione che nel mondo applica più rigidamente la dottrina islamica, nel 2012 aveva convinto tutti con il suo lungometraggio d'esordio, La bicicletta verde.

Grazie a quel folgorante debutto, la Al-Mansour è sbarcata in Usa, dove ha avuto la possibilità, purtroppo sprecata, di dirigere Elle Fanning nel biopic Mary Shelley - Un amore immortale. Un passo falso, cui è seguita la comedy Netflix Dacci un taglio. Con The Perfect Candidate, la regista torna a luoghi e atmosfere a lei decisamente più congeniali e a una nuova storia di emancipazione femminile ambientata in Arabia Saudita. La storia è quella di Maryam (Mila Al Zahrani), ottimo medico che quotidianamente deve scontrarsi con le difficoltà e le chiusure di una società fortemente maschilista. Pur di far riparare la strada dissestata che porta al pronto soccorso in cui lavora, decide di candidarsi come consigliere comunale e affronta la campagna elettorale nonostante i pregiudizi.

Il più grande merito della regista, in questo film come in La bicicletta verde, è quello di raccontare la società saudita, calata in un periodo di grande cambiamento eppure ancora interessata da disuguaglianze gigantesche tra uomo e donna, dal punto di vista di uno sguardo femminile, senza però cadere nella retorica, nello stereotipo o nella facile condanna dell'uomo o del patriarcalismo. Il cinema di Haifaa Al-Mansour è onesto, sincero, talvolta povero nella sua semplicità stilistica ma profondo per la capacità di scavare nelle pieghe di una cultura segnata da profonde contraddizioni. 

The Perfect Candidate vanta spunti interessanti ed è particolarmente riuscito nella caratterizzazione della sua protagonista e del suo rapporto con il padre e le sorelle. Al contempo, il film risulta decisamente più fiacco rispetto a La bicicletta verde e alterna momenti notevoli ad altri scarsi di mordente. Va tuttavia riconosciuta alla Al-Mansour la bravura nel creare empatia tra lo spettatore e i personaggi, a dispetto della distanza socio-culturale con l'Occidente. 

Voto: 2,5/4

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