killing tsuka

Giappone, metà XIX secolo: dopo circa 250 anni di pace, i guerrieri samurai, impoveriti, hanno abbandonato i loro padroni per diventare ronin erranti. Tra questi Mokunoshin Tsuzuki, che per conservare la sua abilità nel maneggiare la katana si allena quotidianamente con Ichisuke, il figlio di un contadino. L’incontro con Jirozaemon Sawamura (Shin'ya Tsukamoto), abile ronin in cerca di nuovi guerrieri, cambierà drasticamente la sua esistenza.

A chiudere il Concorso della 75. Mostra del Cinema di Venezia è Killing (Zan), ritorno del cineasta giapponese Shin’ya Tsukamoto dietro la macchina da presa. Interamente ambientato nel ristretto contesto geografico di una fattoria giapponese, l’ultima opera di Tsukamoto coinvolge direttamente lo spettatore in un microcosmo le cui forze motrici sono rappresentate dalla tensione all’uccisione – i samurai sono assassini e non possono sfuggire al proprio compito e destino – e, parallelamente, al controllo del proprio io. Fedele alla sua poetica cinematografica profondamente metafisica, Tsukamoto mette in scena un percorso di formazione-perdizione che vede protagoniste l’essenza dell’uomo e la sua manifestazione materica, qui data non solo dal corpo del samurai, ma anche dalla sua katana, sorta di estensione dello stesso. Evidente l’influenza delle precedenti opere del regista giapponese, così come della più recente esperienza al fianco di Martin Scorsese in Silence (2016), ma l’ultimo film di Tsukamoto pecca purtroppo di alcune approssimazioni, specialmente per quanto riguarda la solidità narrativa nella resa del montaggio. In ogni caso, per quanto più “limitato” anche dal punto di vista del minutaggio (80’), Killing è indubbiamente un lungometraggio di palpabile profondità, perfettamente fedele alla filosofia del suo autore e incapace di fallire nei propri intenti anche laddove cede al difetto.

Voto: 2,5/4

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