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Periferia di Roma: Maria (Micaela Ramazzotti) è una ragazza psicologicamente instabile costretta a sottomettersi al volere del compagno Vincenzo (Patrick Bruel), individuo deplorevole che si serve della donna come incubatrice per mantenere vivo il proprio mercato illegale di neonati.

Dopo la visione di Una famiglia, la prima domanda che sorge spontanea è: esiste qualcosa di salvabile in questo film? La risposta è un severo no. Si parta dalle performance dei due attori protagonisti: lui una sorta di orco “mangiabambini” irrimediabilmente stereotipato, lei una Micaela Ramazzotti che, alle prese con un personaggio già visto (ne La pazza gioia in primis), ovvero quello della madre tormentata/privata del proprio ruolo, finisce per risultare addirittura sgradevole e irritante. Ma la cosa che più infastidisce di Una famiglia è la sua falsa e ipocrita pudicizia nell’illustrazione del dramma e della violenza. Si guardi ad esempio alla veglia funebre per uno dei neonati di Maria, in cui la macchina da presa lascia furtivamente intravedere il corpicino livido e immobile della piccola: la sensazione è quella di aver involontariamente assistito a un'ostentazione morbosa e gratuita di un dramma indicibile e a una subdola e bugiarda riverenza. Si aggiungano poi alcune parentesi narrative al limite del ridicolo, come la coppia adottiva omosessuale e la giovane e dannata (e anche qui esageratamente stereotipata) adolescente ribelle Stella (Matilda De Angelis) e la frittata è pronta (per essere gettata nella spazzatura).

Presentato in concorso alla 74. Mostra del Cinema di Venezia.

Voto: 1/4

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