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22 novembre 1963, J.F. Kennedy viene assassinato a Dallas da Lee Harvey Oswald. Tocca ora alla vedova Jacqueline organizzare la memoria storica del marito e rassicurare un Paese ferito e spaventato. In maniera non dissimile da quanto aveva già fatto nel precedente Neruda (2016), il cileno Pablo Larraín rifiuta le convenzioni del biopic tradizionale e racconta i suoi protagonisti focalizzandosi su un unico e circoscritto periodo della loro vita, lì l’anno 1948, qui i giorni immediatamente successivi all’assassinio di J.F. Kennedy. Scelta quest’ultima facilmente comprensibile vista l’allettante possibilità di registrare l’origine del mito (quello di J.F. Kennedy e di riflesso quello della stessa Jackie) e allo stesso tempo scandagliare l’animo della sua eroina nel momento di massima vulnerabilità, quello della fine del sogno e del brusco risveglio alla realtà.

Il mito, si diceva, o se si vuole la leggenda, tema preponderante del film che viene tirato in ballo a più riprese, a partire ovviamente dalla serrata intervista che scandisce ritmi e toni dell’intera narrazione. È infatti alla continua dialettica tra verità e ricostruzione, tra realtà e rappresentazione, che Larraín affida il senso principale della sua operazione; l’altro, più semplicemente, è il sentito atto d’amore nei confronti di un’icona, o meglio della donna dietro l’icona, figura umanissima divorata da emozioni violente e contrastanti che viene tratteggiata con pochi segni immediati; una rappresentazione ravvicinata, profondamente emozionale e volutamente frammentaria che ne racconta la fragilità e la risolutezza, lo smarrimento e la fierezza, l’amore e il dolore, in altre parole la turbolenta dimensione umana. Straordinaria Natalie Portman nella prova più intensa e sofferta della sua carriera.

Voto: 3/4

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