cesare-deve-morireVisti così, Paolo e Vittorio potrebbero essere due giovani registi (freschi di Centro sperimentale di Cinematografia) alle prese con uno dei primi lavori della loro acerba carriera. L'idea che genera il film è quella di unire due mondi che apparentemente sono agli antipodi (il teatro Shakespeariano e il carcere), accomunati però dalla presenza di personalità intrappolate da valori ai quali è difficile sfuggire. La pellicola, intitolata Cesare deve morire, ha vinto l'Orso d'Oro a Berlino grazie al suo sguardo innovativo e al contempo profondo.

 

Paolo e Vittorio Taviani in realtà sono due fratelli ultra ottantenni che con la loro macchina da presa hanno contraddistinto sei decadi di cinema italiano. Un percorso costellato da (molti) successi e (qualche) flop, all'insegna di un cinema mai banale, iper-realistico e sempre attento a cogliere gli aspetti più importanti da situazioni apparentemente non interessanti. Ne I Sovversivi (1967) il funerale di Togliatti era solamente un pretesto per  fotografare una generazione in crisi di ideali e in Padre padrone(1972) il bambino protagonista è il simbolo di un'Italia (soprattutto quella del sud) cresciuta "fuori dal mondo" a causa di figure genitoriali dispotiche e troppo ingombranti.

 

 

 

In un momento storico in cui immaginare un futuro è difficile per tutti, lo diventa ancor di più per quelle persone che nella loro vita hanno sbagliato e ora si trovano costrette a espiare le loro pene. Superare indenni un percorso di pentimento non è mai facile, ancor di più se la società è poco disposta a perdonare. Ma la speranza arriva dal teatro: da diversi anni a Rebibbia (e non solo) esiste il progetto di impegnare i detenuti nella messa in scena di uno spettacolo. Questa volta si tratta del Giulio Cesare di Shakespeare, scritto nel lontano 1599, ma ancora attualissimo.

 

I due cineasti italiani, colpiti dall'impegno profuso e dall'emozione che la rappresentazione causava sia nel pubblico che negli attori, hanno deciso di creare una pellicola a metà tra il documentario e la finzione. Da un lato abbiamo i veri detenuti, il vero carcere e il vero spettacolo, dall'altro c'è una costruzione artificiale/recitata dei momenti quotidiani. L'idea di non distinguere tra prove e vita reale, che inizialmente può disturbare il pubblico, è ripresa direttamente dalla commedia shakespeariana: "Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti".

 

In Cesare deve morire troviamo un'alternanza tra b/n e colore che veicola lo stato d'animo mutevole dei detenuti: se dietro le sbarre il mondo appare spento e cromaticamente insignificante, sopra e fuori dal palcol'esistenza comincia ad assumere tinte accese e brillanti. Siamo dinanzi a una pellicola superba sia dal punto di vista tecnico (uso sapiente delle didascalie, illuminazione molto ben curata e un cast emozionante) sia dal punto di vista contenutistico (partendo dalle condizioni nelle carceri si riflette sulla natura umana).

L'arte nobilita l'uomo ogni qualvolta egli ne viene a contatto.  Se lo spettatore esce dalla sala nobilitato, l'attore in questo caso ha uno stato d'animo opposto: "Da quando ho scoperto l'arte, questa cella è diventata una prigione".

 

            

 

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