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Steven Spielberg  

Locandina War_Horse

Ci sono abiti eleganti e abiti “da guerra”, quelli che usiamo per imbiancare o per giocare a pallone con gli amici. Ci sono cavalli da fiera e cavalli da guerra, buoni solo a faticare. Spielberg racconta la storia di un’amicizia tra un purosangue forte, sano robusto costretto a diventare un cavallo da guerra, ed un giovinotto.
 
La base su cui poggia l’intero film dunque è potenzialmente solidissima anche perché, essendo ambientato durante la prima guerra mondiale, permetterebbe di trattare temi  e sottotrame più umane e complesse. Però sin dai primi minuti di pellicola notiamo che c’è qualcosa che non va. Non riusciamo ad immedesimarci nei personaggi, la colonna sonora del fedelissimo John Williams invade troppo spesso le immagini, le svolte narrative non funzionano e l’aria di buonismo che aleggia durante i lunghissimi 146 minuti li rende poco credibili.
 
 

 

Il problema basilare di questo lavoro, però, è riscontrabile in un soggetto, prima ancora che in una sceneggiatura, elementare e mal costruito (forse imposto dalla Disney che distribuisce il film?). Non si può rimproverare niente alla messa in scena di Spielberg, che si dimostra (ancora una volta) un ottimo regista, regalandoci inquadrature e movimenti di macchina ben costruiti e calibrati. Ma non basta. Il risultato finale non può che lasciare a bocca asciutta. Interessante l’operazione di riportare in auge il filone epico classico. Proprio come altre pellicole che stanno uscendo in sala da pochi mesi a questa parte (The Artist, Hugo Cabret e, perché no, Super 8) anche Spielberg sembra voler fare i conti con una tradizione, un passato cinematografico da omaggiare cercando di contestualizzarlo a oggi. E in questo War Horse riesce benissimo. Però sembra quasi voler sacrificare il resto della vicenda a discapito di tale elemento. Non che non possa piacere il film, assolutamente. Però per i fan più affezionati al regista cantastorie sarà difficile riscontrarne la solita atmosfera affascinante ed emozionante che ci faceva riassaporare le sere d’infanzia in cui, seduti per terra, ascoltavamo le avventure del nonno proclamate dall’alto della sua poltrona.  

 
 
 
 
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