E-ora-parliamo-di-Kevin

D'accordo, nessuno tocchi Caino. Ma ad Eva chi ci pensa? Se il diktat politicamente corretto della nostra società, autoproclamatasi civile, impone di indagare le ragioni dell'assassino, analizzandone comportamenti e traumi infantili prima di condannarlo, e se, di riflesso, il cinema indugia spesso a raccontarne gesta e fantasmi, non è altrettanto comune soffermarsi sulle motivazioni e le possibili reazioni di chi si ritrova a mettere al mondo, crescere e svezzare un'incarnazione di disumanità, ferocia e violenza. Un mostro, insomma. Perché in fondo Rosemary's Baby finisce proprio con la nascita della demoniaca creatura. Ma cosa succede quando questa inizia a muovere i primi passi nel microcosmo familiare, preparando il suo futuro e terribile ingresso nel mondo? E quando il suo destino, e quello di molti altri, ignari, è compiuto, oltre al sangue, di cos'è fatta la scia che lascia dietro di sé? Prova a spiegarcelo Tilda Swinton, straordinaria e diafana genitrice del problematico Kevin, fin da piccolo evidentemente disturbato, malato, diverso, attraverso una serie di salti temporali avanti e indietro nella propria vicenda di donna e madre.

 

 

Al centro, terribile cesura che segna inesorabilmente l'esistenza di un prima e un dopo, un gesto eclatante di orrenda e inspiegabile violenza. Al di qua, una giovane donna con i capelli a caschetto, determinata a diventare una brava madre di famiglia, premurosa verso il primogenito e giustamente preoccupata per le sue “stranezze”. Al di là, una donna svuotata, gli occhi appiattiti dal dolore, i capelli allungatisi, costretta ad affrontare ogni giorno la vergogna della colpa. Come se tutto il resto non fosse sufficiente, come se dovesse eternamente espiare il male frutto del suo grembo in un perpetuo rituale punitivo, degno di Prometeo. «Hai dato Kevin al mondo ed ora devi pagare questo affronto», sembra dire la società che la circonda, carica di astio e disprezzo. Certo, si potrebbe sparire, cancellando insieme alla propria identità le gesta atroci della progenie: così hanno deciso di fare per esempio, in quella realtà che troppo spesso è peggio di un film, i familiari dello studente sudcoreano autore della strage del 2007 al Virginia Tech. Oppure, e forse proprio perché siamo in un film, si può decidere di andare avanti, in qualche modo, zoppicando, affrontando i linciaggi, il senso di impotenza, la colpa. Sempre e comunque in solitudine.

Tra toni e musiche da commedia familiare all'americana e momenti tragici trattati con asciuttezza e sobrietà, il film non arriva mai, forse di proposito, a parlare realmente di Kevin, abbandonandolo alla sua cella e all'insensatezza vacua del suo gesto. Nell'impossibilità di simpatizzare con Caino, un personaggio odioso e impenetrabile tanto nella sua micragnosa crudeltà di bambino cattivo, quanto nella subdola oscurità di adolescente, però, ci offre più di una ragione per ascoltare Eva, per chiederci dove finisca la responsabilità della famiglia e dove cominci la corruzione innata, la follia, o se si vuole la malvagità dell'assassino. Che, al di là dei ruoli che la società gli vorrà attribuire, resterà sempre e comunque un figlio.

 

 

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