gangster-squad-locandinaDoveva essere uno dei titoli di punta del 2012, Gangster Squad, ritorno in grande stile del poliziesco-noir e del gangster movie diretto da Ruben Fleischer (Benvenuti a Zombieland) e con un cast all star comprendente Josh Brolin, Sean Penn, Ryan Gosling, Nick Nolte, Giovanni Ribisi e Emma Stone.
Doveva, appunto: l’episodio della strage in una sala cinematografica di Aurora, Colorado, alla prima di Il ritorno del cavaliere oscuro, ne ha fatto slittare l’uscita per l’affinità del tutto casuale tra il tragico fatto e una scena del film, tagliata per il timore di urtare la sensibilità degli spettatori (e giocarsi così potenziali incassi). Una scelta opinabile, soprattutto perché inserita all’interno dell’ormai abusato dibattito sulla pericolosità e il rischio di emulazione connessi alla rappresentazione della violenza sul grande schermo: tesi che ha peraltro rivelato tutta la sua sterilità ai successivi (ennesimi) episodi di eccidi da parte di squilibrati in Usa. Detto questo, alla visione del film di Fleischer viene oggi da pensare che tanta disperazione, provata da noi spettatori all’annuncio del rinvio, fu un sentimento decisamente mal riposto.

Tratto dai racconti di Paul Lieberman ispirati a fatti veri, il film è ambientato nella sfavillante Los Angeles del 1949 e racconta la lotta di un gruppo di poliziotti del LAPD contro il famigerato boss Mickey Cohen (Penn), che esercita un dominio criminale incontrastato sulla città e ne ha corrotto istituzioni e forze dell’ordine. Con la benedizione di un capo della polizia dai metodi poco ortodossi (Nolte), la squadra è fondata dall’ostinato reduce di guerra John O’Mara (Brolin) e comprende il dandy belloccio Jerry Wooters (Gosling) - amante della donna di Cohen (Stone) -, l’infallibile sbirro vecchio stampo Max Kennard (Robert Patrick), il di lui pupillo messicano Navidad Ramirez (Michael Peña), il cervellone Conway Keeler (Ribisi), l’afroamericano Coleman Harris (Anthony Mackie). Quella contro Cohen non è una semplice azione di polizia, ma una guerra combattuta al di fuori dei canali ufficiali da un gruppo di incorruttibili che scelgono di gettare alle ortiche etica e distintivo.

 

Ci troviamo di fronte a una sorte di The Untouchables contaminato con le atmosfere alla James Ellroy, ma aggiornato allo stile ipertrofico del cinema contemporaneo: peccato che, mosso dall’ambizione di aggiornare quel filone gangsteristico che ha regalato in passato tanti capolavori, Fleischer recupera e frulla tutti i topoi narrativi e stilistici del genere, riducendoli a un catalogo di stereotipi.
Rispetto ai protagonisti del film di De Palma, gli omologhi losangelini in lotta contro il crimine organizzato sono meno sporchi e più cattivi, meno simpatici e più disposti a infangarsi le mani e a superare il sottile confine della legalità. La sfilza di sparatorie e scene action che si susseguono sono pura gioia per gli occhi di un pubblico assuefatto all’estetica da videogame e da spot, ma hanno poco a che vedere con il cinema: siamo anni luce dal virtuosismo tecnico sfoderato dal regista di Gli intoccabili, poiché qui il trionfo di slow motion non è funzionale alla rappresentazione della tensione e a esternare le emozioni dei personaggi, ma un mero gioco visivo, il più delle volte fastidioso. Il tentativo di ricreare l’atmosfera d’epoca, così ben riuscito in L.A. Confidential di Curtis Hanson, si traduce qui in una patina raffinata e artificiosa ed elementi come il trangolo amoroso sbirro-pupa-gangster e la metafora della boxe sono sintomatici della scarsa originalità dello script.

 

Infine, veniamo ai personaggi. Al di là della discutibilità delle loro azioni, è soprattutto lo spessore emotivo a mancare ai protagonisti, anche quando interpretati da attori solitamente bravi come Brolin e Gosling. Quanto alla Stone, che si era dimostrata perfetta Gwen Stacy in The Amazing Spider-Man, non bastano certo la chioma rossa di Rita Hayworth e una collezione di abiti sexy e spacchi vertiginosi per trasformarsi in una dark lady credibile. Ma è soprattutto un Penn fin troppo sopra le righe a deludere nella sua caratterizzazione del personaggio: chi ha letto i romanzi di Ellroy ricorda un Mickey Cohen rappresentato come una maschera grottesca, un’incarnazione quasi comica del Male. Il Cohen di questo film è invece l’ennesima variazione dell’Al Capone di Robert De Niro, un moloch divorato dall’ambizione e dal superego che si atteggia a divinità e si produce in incontrollabili esplosioni di violenza.

 

In conclusione, vi regaliamo un consiglio spassionato: se Hollywood regala prodotti così artefatti, preoccupati solo di essere cool e appetibili per il pubblico giovanile, i nostalgici dell’epopea gangsteristica faranno meglio a rifugiarsi nella visione di un prodotto televisivo come Boardwalk Empire, serie tv capolavoro in cui puntigliosità della ricostruzione storica, afflato epico e rigore narrativo sono davvero tutta un’altra cosa.

 

Voto: 2/4

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