26 dicembre 2004: la data della più grande catastrofe naturale dell'era moderna. Un terremoto con magnitudo 9.3 ha colpito l'Oceano Indiano - l'epicentro si trovava a largo della costa nord-occidentale di Sumatra in Indonesia - causando circa 300.000 morti, sia direttamente sia attraverso la creazione di onde anomale, alte fino a 15 metri, che hanno colpito le nazioni circostanti, e non solo.

Gli tsunami, per capirci e per rinfrescare la memoria, sono riusciti a raggiungere (mietendo vittime) le coste di diversi paesi africani, tra cui il Kenia e la Somalia, che si trovavano a oltre 4.500 km dall'epicentro del sisma.

Il mancato avvertimento dell'arrivo dell'onda - nessuno poteva immaginarsi qualcosa del genere - ha provocato circa 65.000 morti soltanto tra India e Sri Lanka (quest'ultima, curiosamente, la nazione con il più alto tasso di vittime dopo l'Indonesia), la maggior parte dei quali sarebbero stati facilmente salvati se avvisati con un semplice sms, dato che lo tsunami ha impiegato più di tre ore ad attraversare il Golfo del Bengali.

 

 

Eppure, a causa della percezione mediatica dell'evento (il public drama come strategia televisiva, direbbero alcuni), è stata la Thailandia (6.800 morti rispetto ai 50.000 dello Sri Lanka) la nazione più mostrata e maggiormente inserita nei nostri ricordi di quel giorno sfortunatamente indimenticabile.

Forse semplicemente perché c'era la più vasta presenza di turisti occidentali, forse perché vedere quei paradisi terrestri (rappresentati dalle isole del Mare delle Andamane) completamente distrutti aveva un maggiore appeal mediatico e, naturalmente, attribuiva una portata ancor più drammatica alla tragedia.

Questa lunga premessa sembra appropriata per capire quanto pudore bisognerebbe avere per raccontare un disastro di questo tipo, bisognerebbe usare le pinze, cosa che non ha per nulla fatto Juan Antonio Bayona con il suo The Impossible.

Clint Eastwood in Hereafter, il suo peggior film da decenni a questa parte, aveva realizzato una toccante e "spettacolare" (si passi il termine, senza rischio di scarsa moralità) sequenza dell'arrivo dello tsunami in maniera efficace (per poi andare a parlare di tutt'altro), tanto che si può ritenere il momento più riuscito dell'intero film.

The Impossible invece racconta in 105 minuti la storia vera di una famiglia (genitori con tre figli) che si trovava a Khao Lak, una delle località turistiche sulle cose thailandesi, durante quel tragico giorno. Il film (non) è la cronaca di come sono riusciti a salvarsi.

Il regista, che aveva già dimostrato tutto il suo scarso talento nel precedente The Orphanage (amato da chi non crede nel cinema horror), decide di accrescere in tutti i modi la tensione, a partire da una goffa sequenza iniziale in cui una turbolenza aerea, sul volo che sta portando la famiglia in Thailandia, si trasforma in un presagio della catastrofe.

Perennemente grossolano e oltre i limiti del ricattatorio, The Impossible è un film che sfrutta i più banali processi retorici (una colonna sonora lacrimevole in primis) nel tentativo di coinvolgere lo spettatore a tutti i costi.

Gli attori (Naomi Watts e Ewan McGregor sono i protagonisti) appaiono svogliati e mal diretti, eccessivi ed enfatici come vuole essere l'intera pellicola.

Se si può avere il dubbio che l'aggettivo "volgare" sia troppo forte per un prodotto di questo tipo, certamente non si può fare a meno che definirlo quanto meno "irrispettoso" nel trattare tale tragedia storica che avrebbe avuto bisogno di tutt'altro approccio narrativo e stilistico.

 

Voto: 1,5/4

 

 

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