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Dopo due documentari quali Per Lucio e Futura, Pietro Marcello torna a fare i conti con un film di finzione, ovviamente insistendo e lavorando su ciò che lui stesso intende come messa in scena cinematografica. Le vele scarlatte è dalle parti di Bella e perduta e Martin Eden, ce ne accorgiamo subito dai primi minuti. Quello che il regista casertano propone è un viaggio indietro nel tempo, in un abbraccio in grado di raccogliere al suo interno il realismo magico tanto caro al cinema francese degli anni Trenta (non un caso che il film sia parlato proprio con l’idioma francofono, per la prima volta nella sua carriera) e le immagini di repertorio con cui da sempre l’autore lavora. Le vele scarlatte è sì l’adattamento di un omonimo romanzo russo scritto dopo la rivoluzione del secolo scorso, ma è soprattutto l’ennesimo tassello di una filmografia basata (per non dire ossessionata) sulla forma più materica e palpabile del cinema.

Marcello sceglie una narrazione semplice e lineare, lavora in sottrazione per costruire un racconto schietto e che non lascia spazio a divagazioni di sorta. Eppure porta in scena l’incontro/scontro tra due generazioni, tra due profili quanto mai diversi e caricaturali insistendo sulla forma delle loro linee, sull’opposizione tra le mani dure e squadrate di un gigante e quelle più minute e delicate di una bambina. Si parla di streghe, di leggende, di boschi incantati e di emozioni irrazionali, eppure l’incubo concreto e palpabile della Grande guerra è stato da poco superato e il lavoro sull’archeologia delle immagini è lì pronto a ricordarcelo.

Scelto per aprire la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes nel 2022, Le vele scarlatte ha un passo diverso rispetto Martin Eden, presentandosi come un film forse meno riuscito, ma non per questo meno coraggioso. Il percorso di Marcello sembra procedere a passi solidi e ben consapevoli delle insidie in cui il regista sembra volersi addentrare. Si tratta di un cinema contemplativo dedito del tutto alla purezza delle immagini e dei loro effetti, qualcosa a cui in Italia (ma forse anche all’estero) siamo decisamente poco abituati.

Voto: 2,5/4

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