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Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigioni” Nelson Mandela

Il cinema di altri paesi ci fa respirare nuove culture e noi ne siamo affascinati. Tuttavia spesso entriamo in contatto con mondi duri, difficili, allo stesso tempo dai quali possiamo trarre lezioni universali e trovare similitudini coi i nostri mondi. Universalmente l’arte, il cinema e l’espressione creativa nasce dalla necessità di comunicare all’esterno e di denunciare. L’artista come investigatore della realtà, della verità è colui che denuncia il marcio della società.

Il cinema come strumento per raccontare fuori dai propri confini la verità e la repressione che c’è in un paese come l’Iran, l’Iran di cui tutti parlano, l’Iran per cui le donne si tagliano i capelli in solidarietà di altre donne, l’Iran in cui Pahani è detenuto per una condanna per “propaganda contro il sistema” (probabilmente ci rimarrà 6 anni). Ma prima dell’arresto, il regista era costretto a lavorare in semi-clandestinità e non poteva uscire dal paese, era già in una prigione.

Il film parla dello stesso Pahani che prova a girare un film da remoto in un piccolo paesino dell’Iran vicino al confine con la Turchia. Il regista verrà coinvolto in una faida tribale; intanto i suoi protagonisti a Teheran provano ad uscire illegalmente dal paese. In mezzo a tutto questo una fotografia, il mezzo precursore del cinema: Jean Luc Godard diceva che la fotografia fissa la verità, il cinema filma la verità 24 volte al secondo, ma cosa succede in un mondo dove si può fabbricare la verità? In un mondo dove è lecito dire bugie per un bene più grande (ci verrà detto così da un personaggio) e dove la verità non interessa a nessuno? La verità può essere creata, manipolata e reinventata dallo stesso regista o dai cittadini del villaggio. Le prove ricercate e fabbricate a piacimento per far comodo all’uno o all’altro. Intanto però la vita delle persone viene distrutta ed è proprio la protagonista del film “finto” di Pahani che guardando allo schermo noi spettatori ci dice che la volontà del regista, dello spettatore è di vedere la vita reale dei protagonisti del film, ma che quello che viene girato è una menzogna e si libera del suo destino sceneggiato. Tutta questa sete di verità, di conoscenza e di solidarietà è pur essa una menzogna?

“Gli orsi non esistono” è un film all’apparenza semplice, ma in realtà molto sfaccettato, con l’idea netta di mettere assieme più narrazioni per arrivare ad una tesi chiara e terribile: non c’è futuro per chi la pensa diversamente in Iran, tuttavia neanche fuori dall’Iran. La regia asciutta e documentaristica non è solo una questione di stile, ma è la volontà di far arrivare il messaggio ben chiaro perché non si disperda nell’immagine.

Un film con atmosfere orwelliane dove tutti spiano tutti, tutti sanno di tutti e la paranoia è predominante. Tra finzione e realtà che si confondono, la sensazione durante tutto il film è di straniamento. La mancanza di un filo conduttore della storia che prende pieghe surreali e assurde, di cui noi non riusciamo a trovare la bussola e lo stesso regista con noi, è il grande motore del film. Un film che ha un crescendo, una tesi chiara, ma attenzione: nessuno ne esce assolto neppure lo stesso Pahani.

Il finale è un urlo soffocato e un volto che si gira dall’altra parte, nessuna fuga, ma neanche nessuna lotta. Un assordante silenziosa presa di coscienza.

Vincitore del Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia del 2022.

Voto: 3,5/4

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