Top-Gun -Maverick

Andiamo con ordine: il primo Top Gun, cult imperituro e fenomeno di costume di un’intera generazione, era un colossale e demenziale videoclip ultra-patinato e impregnato di retorica bellicista testosteronico-americanoide e di tremenda e pericolosa ideologia reaganiana reo d’aver illuminato la via, a mo’ di sadico e perverso rabdomante, per il (peggior) cinema d’azione a venire, mutato oggi solo all’apparenza nella forma e negli sviluppi (si vedano gli infiniti prodotti fast food targati Marvel Studios, tutti lustrini e zero sostanza, ma con canovacci - chiamiamoli così - similari): indi, già solo l’idea d’un rinverdimento dei rancidi fasti passati (quasi quarant’anni dopo, è bene ricordarlo), provocava, per usare un eufemismo, sudori freddi e vertigini hitchcockiane.

E invece, questa sorta di sequel non aggiornato ai tempi ma anzi congelato nel tempo - pur con qualche ovvia, sottile e inevitabile variazione, con sorpresa gradita ma in fondo parziale, poiché era letteralmente impossibile far peggio -, è un oggetto interessante e degno d’una certa attenzione, in quanto uno di quei rari esempi di prodotto audiovisivo in cui la vita si mescola alla finzione innescando un cortocircuito affascinante e a tratti vagamente emozionante (un po’ come nel recente e assai meno riuscito Spider-Man: No Way Home, con i tre Spider-Man intrappolati nelle loro rispettive ere con tutto ciò che ne consegue), in primis per la toccante presenza di Val Kilmer: il quale, come già sapevamo, è stato a tal punto straziato da un tumore alla gola da non poter nemmeno fare uso della parola, e che dunque non recita ma, semplicemente, è.

Ma Kilmer è solo l’esempio più lampante del discorso, perché tutto il film - molto ben diretto dal bravo Joseph Kosinski - è incentrato (in parte consapevolmente, in parte probabilmente no) su questo: si vedano il volto splendente e il paradigmatico corpo (una volta) guizzante del fenomenale e insuperato spaccone dai denti smaglianti Tom Cruise/Maverick (“Ho solo un’espressione”, dice saggiamente), ancora ammirevole ma irrimediabilmente invecchiato e provato dalle durezze dello stare al mondo (in fondo è umano pure lui); i continui ammiccamenti ai feticci e al cameratismo puerile del trucido capostipite (ma sempre, mirabile dictu, con intelligenza e leggerezza del tocco: con un encomiabile equilibrio controbilanciato da un oculato uso dell’ironia nel primo assolutamente non pervenuta), ai fantasmi e ai sensi di colpa che sembrano non abbandonarci mai e al tempo che muta e scorre inesorabile come la spietata sabbia di una clessidra; la maturità che avanza e i momenti d’indimenticata spensieratezza (partita di volley al ralenti con corpi sudatissimi, muscolosissimi, oliatissimi e levigatissimi baciati da tramonti aranciati compresa, anche se deprivata dell’elettrica tensione omoerotica connaturata all’operazione che ha fatto la gioia di Tarantino e di chiunque avesse occhi per vedere); il prevedibile ma commovente omaggio al compianto Tony Scott; la malinconia dorata che soffonde ogni cosa cancellando parzialmente il brutto ricordo della reazionaria beceraggine americanocentrica, propagandistica e biecamente machista dell’inane, inutilmente tonitruante e famigerato predecessore: con il brutale nemico sovietico di allora - come l’avrebbe chiamato qualcuno - qui sapientemente vago e indefinito, sostituito da una minaccia generica e senza volto notevolmente più temibile ed efficace nella sua invisibilità.

Insomma: c’è, questa volta, un senso. Quasi una necessità, oseremmo dire: una (nemmeno troppo) sepolta umanità. E se la pellicola dell’ormai lontano 1986 ha rappresentato, come detto, un punto d’involuzione senza precedenti per il cinema d’intrattenimento d’oltreoceano, che trovò nel reaganismo più gretto ed esiziale il suo humus fertile e la massima spinta propulsiva (così come praticamente tutto il cinema action - ma non solo - di allora: gli orridi sequel di Rambo, Cocktail - sempre col buon Cruise: il ragazzo doveva farsi -, Invasion U.S.A., Rocky IV e via dicendo sono lì a testimoniarlo: anni terribili), questo, oltre a poter vantare un’anima e un cuore pulsante in cui ognuno di noi può rivedere se stesso e i suoi crucci, unito a delle sequenze adrenaliniche nettamente più ardite e fantasiose dell’originale oltreché, bisogna dirlo, a tratti veramente impressionanti (girate non a caso senza ausilio della CGI: vedetelo in IMAX, se potete) - cosa che potremmo anche dire dei semplici momenti di passione carnale e amorosa, che parevano un gelido spot di profumi lì, e che sono qui invece caldi, aggraziati e finanche pudichi, calibrati con piacevole e sorprendente giustezza -, diventa, volente o nolente, una bella e non banale riflessione sul tempo che passa e sul peso delle nostre scelte e responsabilità (leggi fra le righe: paternità), nonché esemplificazione calzante della celebre frase di Cocteau “Il cinema è la morte al lavoro”: un’opera old school che più old school non è possibile, come (stavolta è proprio il caso di dirlo) davvero non se ne vedono più; e che, accompagnata dalle dolci note dell’azzeccatissima Hold My Hand di Lady Gaga (una canzone perfetta per questi tempi oscuri intrisi d’odio e mai così angosciosamente incerti), si libera del fragore sterile, del militarismo spinto e delle ottuse e guerrafondaie zavorre politiche dell’agenda del tempo lasciando finalmente spazio ai personaggi e alla sostanza oltre la volgarità della confezione e della spaventosa vuotezza dell’estetica che fece la sua fortuna: di quella lucida, leccata e luccicante superficie che ha marc(hi)ato un’era (si pensi anche all’altrettanto inerte, manierato e feticisticamente pubblicitario cinema del redivivo Adrian Lyne e dintorni, e non ce ne vogliano i purtroppo non sparuti sostenitori) e che è passato alla storia come il lugubre e pervasivo tratto distintivo del cinema hollywoodiano anni Ottanta con alfiere il sempiterno volpone Jerry Bruckheimer (che ritroviamo ovviamente pure qui, anche se il peggio è stato provvidenzialmente sventato).

In definitiva, Top Gun: Maverick è a suo modo un accorato e ponderato ragionamento sulla necessità di fare un passo indietro per procedere in avanti: un concetto basilare che si sostanzia nel bel discorso sulla delicata, dolorosa ma giusta scelta di lasciare ai figli la libertà di commettere i propri errori e di trovare le loro strade anche a costo di sbattere il grugno: sulla fondamentale - anzi, vitale - necessità di lasciarsi andare e, soprattutto, di lasciare andare il passato, anche se non si sa come si fa.

Qualcosa, insomma, per cui emozionarci e con cui identificarci, semplice nell’accezione più nobile del termine: niente di più lontano dalle macchiette cartonate senza spessore, concretezza e profondità umana - per le quali, di conseguenza, era impossibile affezionarsi o provare la benché minima forma di attrazione o sentimento - che hanno reso iconico questo oggi fortunatamente mondato e riveduto brand.

E quindi, per una volta, possiamo felicemente lasciarci alle spalle rimostranze e rancori passati e abbracciare questo salubre e mai sciocco romanticismo d’antan in pace con noi stessi salutando questo film come quello che è: un onesto, intelligente e piacevolissimo tentpole vecchio stile che, pur saldamente ancorato alla sua epoca e legato a tripla mandata al monumento che il grande e potente Cruise ha meticolosamente innalzato a se stesso nel corso della sua lunga e fiorente carriera - probabilmente l’ultimo vero divo, e comprensibilmente -, segna un importante passo avanti per il mai così artisticamente asfittico, scarso e sconfortante panorama cinematografico mainstream della Hollywood di questo tempo (bisognerebbe mostrarlo alla premiata ditta che ha realizzato il Doctor Strange nel Multiverso della Follia - con tutto il rispetto per l’immenso Sam Raimi - per fargli capire un paio di cose su come si realizza un solido blockbuster).

Voto: 3/4

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