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Premessa doverosa: chi scrive reputa Paul Thomas Anderson uno dei più grandi registi viventi. Tutti i suoi film, a parte due eccezioni spiacevolmente considerevoli di cui diremo a breve, oscillano fra il bello e il capolavoro, con punte massime e cristalline toccate dalla mirabile triade composta da Il petroliere, The Master e Il filo nascosto.

Ciononostante, il suo cinema - eccezion fatta, per l’appunto, per l’equilibrio perfetto, vulcanico e quasi alchimistico raggiunto dai tre titoli sopracitati - non è mai stato avulso da certe tendenze narcisistiche colpevoli di togliergli, a tratti, autenticità, forza e respiro. Il che ci porta, amaramente, alle due eccezioni sopracitate, questo nuovo Licorice Pizza, e Vizio di forma: due pellicole unite da una grammatica cinematografica similare e da diversi punti, scelte e vezzi formali che incapsulano, purtroppo, le più deleterie e indulgenti tendenze di un regista che, arrivato a questo punto della carriera e con più di un titolo capitale alle sue spalle (e nonostante i puntuali e molto esigui riscontri al botteghino), può fare essenzialmente (e fieramente, gliene va dato atto) tutto quello che gli pare: caratteristica non indifferente.

E qui risiede forse il problema principale, suo e di altri importanti autori della contemporaneità: un eccesso sconfinato di libertà. Che ti porta probabilmente, in fase di riprese, a compiacerti e a divertirti, su questo non c’è dubbio: ma che ti allontana inevitabilmente - salvo la solita pletora di fans parziali a cui qualunque cosa somministri va sempre benissimo - dal pubblico che ti ama e che ha sempre desiderato seguirti.

Questo Licorice Pizza è, sostanzialmente, il film di un genio che gira a vuoto compiacendosi del suo ego e delle sue indubbie e sconfinate abilità artistiche: l’opera di un grande uomo di cinema che possiede ovviamente (ma che scoperta!) l’inaudita capacità di ricreare un universo, un’atmosfera, un mood complesso e variegato come quello della San Fernando Valley dalle tinte ocra e psichedeliche dei primi anni Settanta (attraverso un approccio e una tavolozza cromatica simile, per più aspetti, a quella plasmata dal sodale Tarantino nel notevolmente più riuscito C’era una volta a… Hollywood), con una capacità di cullarti e farti rivivere fugacemente ma epidermicamente i sogni infranti, i sapori, gli umori, le molte contraddizioni e le precarie speranze dell’umanità di quel tempo (e se riesci a farlo, maestro lo devi essere per forza), ma che in questo caso specifico - e duole infinitamente scriverlo - sembra non condurre, tirate le somme, da nessuna parte: o quantomeno in nessun luogo di particolare interesse.

In ogni singola sequenza, dilatata tre volte più del dovuto senza una vera esigenza narrativa o ragione precisa che non sia quella di compiacersi e di compiacere la sua claque acritica offrendo uno spettacolo poco sottile ma di vacua approvazione coûte que coûte, Anderson pare guardarsi continuamente e ossessivamente l’ombelico, rimirarsi, fare sfoggio d’un narcisismo un po’ troppo sterile e altezzoso che stucca rapidamente, appesantendo non poco due ore faticosissime e non facili che, a parte qualche guizzo sporadico e vagamente colorito o divertente (è pur sempre un suo film, beninteso), non solo non aggiungono nulla alla sua ricchissima, impressionante e infinitamente superiore filmografia precedente, ma si collocano addirittura molti passi indietro rispetto a questa: alle prodigiose meraviglie e alle vertiginose profondità raggiunte e consolidate con coerenza e dedizione degna di miglior causa da oltre un venticinquennio a questa parte.

Che altro è questo, dunque, se non un melancolico e meravigliosamente confezionato divertissement che avrebbe tutte le carte in regola per entusiasmarci e stregarci ancora una volta, ma che si rivela invece, in fin dei conti, un’operazione un po’ incerta e soprattutto molto poco sostanziosa e affascinante?

Ci piace pensare che Licorice Pizza sia realmente il film rilassato che Anderson intendeva girare in un momento particolarmente sereno della sua esistenza nel bel mezzo del disagio pandemico che attanaglia il mondo intero, e che però, al di là delle solite, ispiratissime prove attoriali fra cui segnaliamo il bravissimo Cooper Hoffman, della trasfigurazione magnifica di un mondo perduto e di qualche chicca piuttosto gradevole (ma non si va oltre), non riesce mai a calarti, nemmeno per un istante, nei meandri della psiche, dei problemi e delle difficoltà di un gruppo di personaggi scialbi, senza fascino né spessore (forse perché, appunto, non hanno alcuna profondità), e che sembrano rincorrersi a perdifiato per l’intero arco del racconto (chiamiamolo così) senza aver poi granché da dirsi e da dirci (come direbbe eloquentemente qualcuno): a creare un percorso coerente, avvincente e non inutilmente ondivago capace di restituirci qualcosa che non si limiti alla semplice cartolina in pellicola dorata, ma che ci appassioni concretamente provandoci di non avere fra le mani un mero sfoggio di bravura e tecnica registica.

Offrendoti la prova, insomma, che non si tratti semplicemente di un vacuo esercizio di stile vagamente narcisista, nonché, sia detto, parecchio autoassolutorio.

Spiace, assai.

Voto: 2/4

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