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Matrix Resurrections è una visione spossante. La montagna digitale che partorisce il topolino: due confusissime ore e mezza di lazzi malfatti ed effettacci mediocri, bullet time superati, sequenze action rivedibili e omologate, inetti siparietti comici, scampoli d’ironia non richiesti, ammiccamenti sterili, musiche enfaticamente anonime, montaggio raffazzonato, idee intriganti gettate alle ortiche e maldestramente inframmezzate da tremendi e smorti flashback dei film precedenti che mal si compenetrano all’inquietante pulizia digitalizzata dei film di oggi, infinite sciocchezze meta-filmiche millimetricamente assemblate per compiacere fan acritici e devoti a cui va presumibilmente bene tutto, tante spiegazioni tediose e contorte e un mare di farneticazioni concettose seconde solo a Tenet di Christopher Nolan per ribadirci goffamente che alla fin della fiera, ancora una volta, amor vincit omnia?

Un po’ poco. Meglio: un po’ offensivo, se pensiamo che il primo, grande Matrix del lontano 1999 può tranquillamente considerarsi una pietra miliare nonché un mirabile e ineguagliato compendio della fantascienza di cinquant’anni di cinema, che sapeva intrattenere facendo riflettere e ponendo interrogativi scomodi, paurosi e non poco stimolanti (con una tecnologia allo stato dell’arte e per nulla invecchiata che in questo episodio, è bene ripetere, latita completamente), ma anche in grado di rivoluzionare radicalmente e brillantemente un genere (ma non solo: si pensi all’apparentemente folle ma sapiente rimescolamento di Bibbia, cinema hongkonghese, wuxiapian, spaghetti-western e John Woo) sperimentando un modo di far cinema fresco e affascinante, ibrido e genuinamente inedito, dalla profonda carica innovativa, creando un mondo ricco e circostanziato che investigava acutamente, destreggiandosi fra Philip K. Dick, distopia orwelliana, filosofia e arti marziali, sul nostro ruolo di esseri umani nel tempo e nella società di allora e anche, se vogliamo – a riprova della sua profonda attualità: anzi, della sua fruttifera universalità –, su quella ancor più complessa, frenetica, liquida e tormentata di oggi. Motivo per cui, sorvolando sui due orribili e molesti sequel macina-milioni dettati da pure e volgarissime ragioni di mercato (e chi vi dice il contrario è in malafede) e allo spaventoso declino filmico delle sorelle Wachowski che ne è tragicamente conseguito (rispolveratevi Bound, il loro bollente gioiellino d’esordio, e fate le dovute differenze: gran bei tempi), poteva risultare non poco interessante e addirittura quasi sensato attualizzare l’universo fertile e stratificato di Matrix alle molte incertezze e all’ambiguità del nostro mondo precario e sempre più pericolosamente virtuale, minacciato e minaccioso, dove confini e contorni fra reale e immaginario, vissuto e sognato, sentito e simulato sono sempre più labili e scivolosi (che è in fondo ciò che è stato fatto, ma con risultati fra il modesto e l’agghiacciante: e il problema principale, spiace dirlo, è la noia, che sarà pure un fattore soggettivo, ma fino a un certo punto).

Aduggiato dalla tipica patina stupidamente oscura e asfissiante di ogni blockbuster hollywoodiano che si rispetti, Matrix Resurrections è un angoscioso pachiderma concettualmente sbagliato senz’anima né sostanza che ci dimostra spudoratamente, a ogni singolo frame, mascherandolo vanamente sotto lo specchietto per le allodole di una falsa e necessaria novità (ma tutto il film sembra, furbescamente, un’insistita e gigantesca sconfessione del fatto che si possa rigenerare concretamente questo universo filmico: come se Lana Wachowski volesse auto-sabotarsi ad ogni svolta non sapendo assolutamente che strada prendere), un tonfo di cuore, passione, fantasia e visionarietà semplicemente sconvolgente (davvero qualcuno sacrificherebbe la propria vita per quell’orrore soffocante di Zion?), l’equivalente esatto di ciò che fu The Last Jedi per la sfibrante saga di Star Wars: cosa che andrebbe benissimo in entrambi i casi (viva il nuovo, sempre), se solo i film funzionassero minimamente.

In altre parole: esiste veramente qualcuno capace di pensare che un film coraggioso - passateci il termine - diventi bello o interessante di diritto (inevitabile pensare, a tal proposito, anche all’abissale ingenuità di chi asserisce – rifacendosi ad un altro titolo di marchiana insipienza fuori ora nelle sale, e che con questo quarto Matrix condivide un vuoto d’immaginazione e di messinscena che toglie il sonno - che il becero e terrificante overacting di Jared Leto in House of Gucci sia voluto, e che per questo vada necessariamente applaudito e incensato: niente di più grossolanamente sbagliato, ché se una cosa non funziona, non funziona e basta)?

Dove risiederebbero, dunque, i motivi d’interesse di questo film?

Dove il fascino, l’intelligenza, la genialità tecnica, la sotterranea sensualità, la brillantezza plastica e visiva e la profondità tematica e concettuale che hanno fatto del primo capitolo una potente, elegante e determinante pellicola d’inizio millennio prima di gettar tutto alle ortiche abbracciando banalità e derive animistiche di grana grossissima, caotiche e posticce che mal si confanno alla vera natura di questa storia e, si presume, anche all’interesse e alle reali esigenze dello spettatore (ché qualcuno dovrà pur vederli, i film), come se questo fosse un cretino lobotomizzato che mangia silente e remissivo qualunque sbobba gli venga cinicamente e ciclicamente somministrata dalla bieca macchina hollywoodiana?

Spiacenti, il cucchiaio non si è piegato.

Voto: 1/4

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