Scompartimento-No6

Se vi è un mezzo di trasporto cinematografico per eccellenza, non può che essere il treno, protagonista di non poche opere della storia del cinema (che difatti inizia proprio col treno dei fratelli Lumière), tra le quali figura anche un capolavoro del calibro di La signora scompare di Hitchcock. All’illustre categoria delle “opere ferroviarie” si aggiunge Scompartimento n. 6 del finlandese Juho Kuosmanen, vincitore del Gran Prix Speciale della Giuria all’ultimo Festival di Cannes e presente nelle sale italiane (poche) in questi giorni. Si tratta di un road movie ambientato quasi totalmente su un treno, che riesce a rendere in modo efficace tutto il mistero ed il fascino cinematografico di questo mezzo di trasporto.

Adattamento dell’omonimo romanzo della scrittrice Rosa Liksom, il film racconta di Laura, giovane donna finlandese con la passione per l’archeologia, che lascia Mosca e una relazione complicata con Irina, professoressa universitaria, per recarsi a Murmansk a vedere i petroglifi, disegni preistorici di circa 10 000 anni fa situati sul Mar Bianco, più a Nord persino del Circolo Polare Artico. Per giungere nella remota località la donna dovrà viaggiare per diversi giorni in una specie di Orient Express in versione siberiana, condividendo lo scompartimento col minatore russo Ljoha, bad boy aggressivo, caratterizzato da un linguaggio particolarmente volgare che è lontano anni luce da quello dei colti amici della compagna Irina, frequentati dalla protagonista nei salotti moscoviti. Nel corso del film la diversità abissale tra i due si rivelerà però essere una profonda affinità, quasi come due binari paralleli che si incontrano dopo un viaggio infinito.

Nonostante un soggetto sulla carta piuttosto esile, Kuosmanen riesce a costruire una narrazione convincente, fatta di dialoghi ben scritti che mantengono sempre alta l’attenzione dello spettatore. Il regista finlandese fa di tutto per sfruttare al massimo la penuria di mezzi dovuta al basso budget, cercando di infondere sempre profondità espressiva alla narrazione. Tutto viene raccontato in modo mai didascalico, dal momento che Kuosmanen è dotato di un dono riservato solo ai veri autori: quello di saper suggerire con arte, ovvero di saper mostrare senza dire. Ciò è visibile ad esempio nel modo in cui durante il film vengono dispiegate le interiorità dei personaggi. Non sappiamo nulla del loro passato, col quale probabilmente entrambi intrattengono un rapporto problematico, ma ci vengono fornite solo scarne informazioni sul loro presente che delineano subito le loro identità.

La confusione di Laura è chiara già all’inizio del film, con poche battute che ci dicono come la storia d’amore con Irina - donna completamente realizzata nella vita - la sovrasti e le impedisca di diventare ciò che è. Proprio la confusione la spinge ad intraprendere un viaggio verso qualcosa che ha strettamente a che fare con la memoria: i petroglifi sono infatti segni di un passato ancestrale e lontanissimo, dotati per qualche oscuro motivo di una voce che ancora ci parla. Dal canto suo, Ljoha è un minatore, un mestiere che esattamente come quello dell’archeologo ha a che fare con le profondità, con lo scavare nelle viscere della Terra. Il viaggio dei due è dunque un’archeologia dell’identità ed i petroglifi rappresentano l’“oggetto epifanico”, la cui ricerca permette di rischiarare esistenze confuse, un po’ come il raggio verde nell’omonimo film di Rohmer.

Forse proprio rohmeriana è l’eleganza e l’essenzialità dell’estetica di Kuosmanen, che ci offre immagini la cui bellezza non presenta alcun vuoto autocompiacimento, ma è sempre umilmente al servizio della narrazione. L’utilizzo della camera a mano rende l’instabilità del movimento del treno, ma anche il travaglio interiore dei personaggi e delle loro relazioni. Nella lunga sezione dedicata al viaggio si vedono prevalentemente volti che si parlano sotto luci fioche, scoprendosi a poco a poco. Ciò crea una tensione che viene smorzata soltanto verso la parte centrale, con alcune lungaggini che non aggiungono nulla al film e che stancano lo spettatore, il quale però viene poi ripagato dalle bellissime sequenze finali.

Come ogni road movie che si rispetti, Scompartimento n. 6 ragiona sullo spazio e sul tempo. La scelta del luogo e del periodo storico in cui il film è ambientato è particolarmente significativa: ci troviamo nella Russia degli anni ’90, dopo il grande disastro della caduta del Comunismo. Il momento storico non è chiaramente detto, ma è identificabile più che altro da oggetti: un walkman, le cabine telefoniche, una telecamera portatile. Ci ritroviamo dunque in un paese in totale confusione e alla ricerca di sé stesso, ricoperto di neve a tal punto da rendere i suoi villaggi luoghi semiabbandonati e senza storia, sospesi nel tempo e in attesa di essere riscoperti.

Lo spazio esterno immenso e bianco si contrappone a quello interno e buio del treno, con i suoi continui cigolii, le porte che sbattono e l’equilibrio precario. Insomma, i nostri protagonisti si ritrovano a viaggiare piuttosto scomodi. Ma non può che essere così: difatti, nessuno ha mai scoperto sé stesso viaggiando in business class.

Questo trovarsi in una condizione non agevole coinvolge però anche la lavorazione del film stesso: per un regista girare in un treno significa infatti complicarsi la vita, obbligarsi a cercare continuamente soluzioni a problemi tecnici tra cui, non ultimi, la mancanza di spazio e la limitata possibilità di movimento. Con questa opera piccola ma significativa Kuosmanen supera questa prova del fuoco, e ci fa vivere visivamente quella bellissima frase di Truffaut in Effetto notte, secondo cui i film sono un po’ come ‹‹treni lanciati nella notte››.

Voto 3/4

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.