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La solita solfa. Difficile aggiungere altro in riferimento all’ennesimo, sgargiante polpettone Marvel pianificato in laboratorio: esemplificazione perfetta, eloquente e tentacolare del concetto di fast food trapiantato al cinema, dove le dinamiche di svolgimento della vicenda, le emozioni e i colpi di scena (molto) presunti vengono dettati ancora una volta dalle pure (ed altissime) esigenze economiche e logistiche di casa Marvel (guai se non s’incastra tutto!), la quale sceglie, questa volta - con furbizia quasi luciferina -, di optare per un sunto eterogeneo e gargantuesco di questi vent’anni cinematografici dell’Uomo Ragno, di tutta la sua mitologia, della sua sterminata iconografia, di ciò che Spider-Man per noi rappresenta, portando sul grande schermo il più anfetaminico, smargiasso, pretestuoso, monumentale e vagamente gratuito fan service a memoria di spettatore.

Compito considerevole: e non c’è dubbio che il film in questione - che racconta di come il molto immaturo Peter Parker diventi (forse) adulto facendo il suo trionfale (?) ingresso nel MCU fra una strizzatina d’occhio e qualche timida virata crepuscolare combinata alla tipica, tediosa confusione disarticolata delle infinite battaglie digitali a fare da contrappeso - riuscirà nell’intento (molto lodevole) di riportare gli spettatori in massa nelle sale cinematografiche di tutto il mondo (anche se per un cinema senza pensiero), segnando al contempo un nuovo inizio e consegnando ai posteri l’usuale e luccicante pietra miliare per fan devoti dell’ormai abusatissimo e molto stantio genere del cinecomic: ma cinematograficamente parlando, di preciso, che cosa si potrebbe dire, di questo titolo, se non – appunto - che il tutto si riduca ad una simpatica marchetta nostalgica, meno intollerabile di altri Marvel e con qualche momento vagamente ispirato e simpatico, oltreché un bel finalino alla Frank Capra?

Spiace ribadirlo ad ogni occasione, ma gli unici Spider-Man degni d’interesse (e parecchio), in cui è riscontrabile una lucidità autoriale seducente unita ad una cospicua dose di meraviglia e vero cinema (come direbbe impeccabilmente Scorsese), e dai quali si dovrebbe prender seriamente e finalmente esempio, e non certo per scontri e clangori digitalizzati (comunque infinitamente superiori, in concretezza, fantasia e dinamicità a quelli attuali, tutti uguali, bigi e inconsistenti), sono quelli del mai troppo rimpianto Sam Raimi (nuovamente irretito nelle maglie dell’universo Marvel col nuovo Doctor Strange a breve in uscita, e che Iddio ce la mandi buona), pellicole intense e memorabili (anche il terzo, in fin dei conti, pur nel suo turgore claudicante) che condensavano tutto ciò che a questo film manca e che in generale manca totalmente al cinema in calzamaglia e d’intrattenimento della contemporaneità: emozione, fisicità, malinconia, desiderio, romanticismo, pathos, sensualità, carnalità, invenzioni visive stupefacenti e mai plastificate, qualcosa per cui temere e a cui appassionarsi, passione e coinvolgimento autentico, stupore e genuino senso di magia, uno sguardo pregnante e delicato al tempo stesso.

E quindi, questo passa il convento. A voi scegliere se vi sta bene oppure no.

P.S.: questa fobia ossessiva dello spoiler ci è sfuggita di mano, e da tempo.

Voto: 2/4

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