freaks-out 

Dopo lo sfolgorante debutto con Lo chiamavano Jeeg Robot (miglior regista esordiente al David di Donatello, 2016), Gabriele Mainetti mette in scena Freaks Out, in concorso all’ultima rassegna della Mostra di Venezia. Soggetto di Nicola Guaglione, e sceneggiatura a quattro mani con il regista, come nel film precedente. Con il suo secondo film, Mainetti ribadisce il suo amore per il cinema, per i supereroi Marvel e per le storie impossibili, partendo da personaggi reali, meglio ancora se un po’ coatti.

Qui il cast, azzeccatissimo, è corale, quattro freaks circensi (Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Aurora Giovinazzo, Giancarlo Martini), discendenti dal cinema d’autore horror anni '30 (Ted Browning, Freaks), e imparentati con I fantastici 4 dei Cinecomics Usa. L’azione si svolge nel passato, siamo nel 1943 a Roma, sotto i bombardamenti e l’occupazione tedesca. Un fantastico villain, l'acclamato pianista nazista Frantz (Franz Rogowski), che esegue cover pop a noi contemporanee e legge il futuro su un anacronistico i-Phone, dà la caccia ai nostri antieroi, gli unici in grado di ribaltare le sorti del conflitto mondiale.

Fantasy bellico, stupefacente e divertente, roboante mix di generi e di storia del cinema: dalla passione felliniana per il circo (in particolare ne La strada), a un duello vecchio western con tanto di assalto al treno, da un rimando pulp e irriverente a Tarantino (Bastardi senza gloria) al ritmo forsennato e ai numeri di spettacolo pirotecnico di Baz Luhrmann in Moulin Rouge. Mainetti gioca con i generi, li mischia a piacere, in un cocktail inedito, originale, autoctono. Già dall’incipit, prima ancora dei titoli di testa, il regista trasgredisce alle regole ed evoca il cinema delle origini: Israel, il gestore del circo, va da sé d’origine ebrea, apre il film con uno spudorato sguardo in macchina, invitandoci ad entrare nel fantastico mondo dei nostri malmessi freaks. Di certo il regista non teme l’eccesso, il barocco, e anzi, lo spinge in un ritmo serrato, iperbolico, irriverente dada e postmoderno, magico surrealismo.

Voto 3/4

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