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Se ancora avessimo avuto qualche dubbio sul fatto che i vari progetti Pixar non rispecchino in toto un’autorialità omogenea e coerente, Onward – Oltre la magia (di qui in avanti solamente Onward) ha il compito di darci l’ennesima conferma. Risulta infatti abbastanza evidente che il percorso intrapreso dalla casa di Emeryville a cominciare dal 1995 (anno d’uscita del loro primo lungometraggio, Toy Story – Il mondo dei giocattoli) sia sempre stato teso a raggiungere l’in(de)finito per poi superarlo, andare oltre. All’inizio del viaggio, gli animatori Pixar hanno condotto il pubblico verso i mondi più immaginifici e lontani dal nostro vissuto (universi popolati da mostri, le profondità dell’oceano, le fogne di Parigi, metropoli salvaguardate da supereroi, villaggi popolati da automobili ecc). Nell’ultima decade, invece, l’infinito tanto bramato ha iniziato a rendersi sempre più concreto e vicino, ma non per questo facilmente raggiungibile. Up, Inside Out, Coco e, appunto, Onward, sono film che lavorano e riflettono sul tema del lutto e dell’aldilà, ovvero della vita oltre la morte. La linea sembra tracciata con solchi evidenti.

In Onward ci troviamo in un mondo fantasy in cui la magia, guarda un po’, è venuto a mancare. La tecnologia infatti ha fatto dimenticare a grandi e piccini dei propri poteri, della bellezza dell’avventura, del fascino di pozioni, draghi e via dicendo. Due fratelli orfani di padre (di nuovo!) si imbattono accidentalmente in un incantesimo in grado di poter risvegliare il loro caro per un giorno interno. Questo è lo spunto che mette in moto l’azione: dare vita nuova al passato. Dan Scanlon segue le gesta dei suoi personaggi in maniera camaleontica. Il film è un tripudio di omaggi e citazioni, si passa dall’on the road al western senza soluzione di continuità e il regista è bravo ad adeguare il suo sguardo ai generi più svariati firmando, prima di tutto, un grande omaggio al cinema.

Il film è scritto divinamente e il percorso di formazione, ovviamente, prevede una presa di coscienza da parte di tutti i personaggi per poi concludersi con un finale di rara potenza emotiva e raffinata sapienza cinematografica. Senza entrare troppo nel dettaglio onde evitare spiacevoli spoiler, Onward riesce a riflettere sull’importanza del dolore, ma soprattutto sulla rarissima arte del farsi da parte, una qualità sempre più nascosta e abbandonata (come la magia del mondo fantasy in questione) in anni dove l’egocentrismo e la vanità sembrano dominare le nostre azioni quotidiane. Da vedere e rivedere. 

Voto: 3/4

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