never-rarely-sometimes-always

Una ragazza di diciassette anni scopre di essere incinta. Così, accompagnata dalla cugina, si dirige a New York per abortire. Qui, una psicologa incaricata di comprendere le ragioni di questa scelta e, soprattutto, la stabilità emotiva della ragazza, la sottopone a un interrogatorio in cui l’adolescente dovrà rispondere usando uno dei quattro avverbi temporali che danno il titolo al film, presentato a Sunbdance Film Festival e poi in concorso alla 70ª edizione del Festival di Berlino, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria. 

Nello svolgersi del loro confronto, la cinepresa di Eliza Hittman rimane (quasi) sempre focalizzata sul volto della ragazza. Le emozioni prendono vita tra le sue lacrime, così come il passato oscuro e opprimente che ancora la condanna. Non sappiamo quello che le è accaduto ma possiamo immaginarlo dalle sue risposte.

Mai raramente a volte sempre è un film giocato in sottrazione. Non si urla mai, si soffre molto ma si mostra poco. Un lungometraggio a tesi in cui le figure maschili sono relegate a un contorno minaccioso e negativo dal quale sarebbe meglio dileguarsi (il responsabile della gravidanza, il contabile del supermercato, il ragazzo conosciuto a New York). Sembrano non esserci mezze misure e il film invita tutti e tutte a prendere parola, a prendere coscienza delle proprie azioni. Responsabilmente, in silenzio.

Voto: 2,5/4

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