Stampa 

volevo-nascondermi-

Premiato alla 70esima edizione della Berlinale com l'Orso d'argento come miglior attore a Elio GermanoVolevo nascondermi parla di Antonio Ligabue, il pittore e scultore prodigio dell’arte naïf del secolo scorso, ma questo non lo scopriamo subito. Prima lo seguiamo passo passo nella sua infanzia in Svizzera, figlio adottivo di madre ignota. Rimaniamo con lui quando viene deportato in Emilia Romagna e diventa Ul Tudesc, un eremita disprezzato dalla comunità e costretto a una capanna in riva al Po, poco più di un animale nutrito a bacche e uova sode. Solo quando Renato Mazzacurati lo accoglie in casa sua e Antonio tocca carta e pennello cominciamo a intravedere quello che cela il volto tumefatto del protagonista.

Il nuovo film di Giorgio Diritti, in concorso al Festival di Berlino, è un commovente ritratto d’artista che non risparmia dettagli brutali e ricorda, nel tocco, At Eternity’s Gate, il biopic che l’anno scorso ha visto Willem Dafoe ottenere una candidatura agli Oscar per il Migliore Attore per la sua interpretazione di Vincent Van Gogh.

Elio Germano si cala nella parte come Ligabue si calava nella sua pittura, senza filtri o inibizioni. Una corporalità fortemente sentita dà forma al ruolo e accompagna l’intera narrazione, fra statue d’argilla costruite con unghie, morsi e sputi e quadri su quadri che scattano istantanee di mondi esotici e lontani. A Elio/Antonio non serve avere visto una tigre per dipingerla, gli basta seguire i movimenti di un gatto, imitarne i comportamenti e poi vomitarlo su tela.

Ottima anche la fotografia nel catturare gli scorci di un’Italia che fu in vivide tinte pastello, immortalando ampie vedute di campagna, poetiche scene di vita quotidiana e paesaggi metaforici come la superficie calma del fiume che pare essere il suo unico rifugio dagli attacchi costanti di una società che lo vuole tenere lontano dalla vista, chiuso in un sanatorio o solo e dietro una parete al tavolo di un ristorante.

La colonna sonora di Marco Biscarini e Daniele Furlati non scade in sentimentalismi e segue con leggerezza l’ascesa dell’artista, che infine dà l’addio alla macchina da presa svolazzando in un tutù di tulle rosa, diventato finalmente il cigno che non aveva potuto essere in vita.

Voto: 2,5/4

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.