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Memorie di un assassino è un thriller poliziesco del 2003 del regista sudcoreano Bong Joon-ho, in uscita in Italia dopo il clamoroso successo di Parasite (Palma d’oro a Cannes 2019 e vincitore indiscusso agli Oscar 2020 con i premi come miglior film, regia, sceneggiatura originale, film internazionale). Ottenne un ottimo consenso di critica e pubblico, pluri-premiato anche al Torino Film Festival.

Film co-sceneggiato dal regista stesso, si basa su una serie di brutali stupri/omicidi di donne, realmente avvenuti in una cittadina di provincia in Corea del Sud a fine anni ’80. Un rocambolesco gruppetto di inetti quanto arbitrariamente violenti poliziotti di campagna (su cui spicca il volto iconico di Song Kang-ho, già visto in The Host, 2006, Snowpiercer, 2013, e Parasite, 2019), insieme a un super detective arrivato da Seoul (Kim Sang-kyung), si mette sulle orme del serial killer…

Bong Joon-ho offre uno spaccato socio-politico sugli anni del regime autoritario nella Corea meridionale anni ‘80, dove ancora una volta mescola sapientemente i generi, e il comico convive paradossalmente con l’orribile, in un crescendo di suspense. Ricerca formale ed estetica raffinatissima, intrigante e avvincente il ritmo narrativo, giocato sempre sul doppio registro di feroce satira e drammatica denuncia. Esilarante, tra le tante, la scena in cui il detective Park/Song Hang-ho, non avendo rilevato peli pubici sulle scene del delitto, porta avanti le indagini nei bagni termali pubblici, alla ricerca del membro glabro incriminante… La fotografia cupa (di Kim Hyung-Ku), tutta sui toni foschi e opachi del grigio, riflette la situazione “buia” di quegli anni: l’unica luce è data dai brillanti riflessi della pioggia, nelle notti di caccia al killer, che si risolve nel finale in un catartico acquazzone, a cui si aggiungono le lacrime dei poliziotti, metafora di un paese impotente e in ginocchio, allo sbaraglio.

Secondo film del regista, vi troviamo già tutta la cifra dell’autore di Parasite: la narrazione circolare (l’inquadratura finale riprende la scena dell’ouverture), la feroce ed efficace satira di denuncia sociale, la metafora catartica dell’acqua, l’indimenticabile sguardo in camera finale del suo attore feticcio, l’altissima attenzione formale e allegorica dei dettagli insieme ad una distinta estetica, mai fine a se stessa. Che dire? Un piccolo gioiello.

Voto: 3,5/4

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