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Ha fatto incetta di nomination agli Oscar la deliziosa favola per ragazzi rivestita da irriverente satira politica, che già a dicembre 2019 aveva aperto il Torino Flm Festival: è Jojo Rabbit, scritto e diretto dal regista neozelandese Taika Waititi, nato da mamma ebrea e papà maori. Nella Vienna del 1945, Johannes (sensazionale Roman Griffin Davis, enfant prodige all'esordio) è un tenero ragazzino di 10 anni, convinto seguace della Gioventù hitleriana che sogna di diventare un perfetto nazista, tanto da avere Adolf Hitler come amico immaginario (interpretato dallo stesso Waititi). Tutto cambia nella vita di Jojo quando il bambino scopre che la madre nasconde nella loro casa una ragazza ebrea. Nel cast, anche Scarlett Johansson, nei panni della mamma del protagonista, e Sam Rockwell, in quelli di un ufficiale nazista decisamente sui generis.

Taika Waititi è conosciuto soprattutto per aver diretto Thor: Ragnarok, talmente trash da risultare una scheggia impazzita nel Marvel Cinematic Universe (e per questo parecchio sottovalutato da critica e pubblico italiani). In attesa di vederlo anche al timone di Thor: Love and Thunder, il cineasta degli antipodi ribadisce di non essere un semplice regista da blockbuster e denota una certa abilità nel calarsi a tutto tondo in progetti molto più personali. Intendiamoci: Jojo Rabbit resta un film mainstream, molto furbo nel dosare parodia e canzonatura del totalitarismo nazista col sentimentalismo (mai stucchevole, però) di un racconto di formazione perfetto per famiglie, che non perde la sua leggerezza neppure quando sfiora l'atroce pagina storica della Shoah.

Gli elementi interessanti, tuttavia, sono parecchi. Waititi preferisce mostrare l'orrore a sprazzi (pur non nascondendolo) e puntare soprattutto all'assurdità dell'ideologia nazista, svelata nella sua crudeltà nonsense e ridicola: emblematica tutta la parte dedicata all'addestramento della Hitler-Jugend, certamente derivativa nei confronti del Moonrise Kingdom di Wes Anderson eppure riuscitissima nella sua carica folle e iperbolica, così come l'esilarante iterazione del saluto "Heil Hitler".

Il bildungsroman del piccolo Jojo, accompagnato da personaggi farseschi e dalla scoperta dell'amore, è diviso tra una comicità spedita e a tratti politicamente scorretta, che non teme di scherzare (ovviamente a fin di bene) su temi seri come l'antisemitismo, e momenti di tenerezza poetica. Pur senza toccare le vette di un capolavoro, Jojo Rabbit è un piacevole inno alla libertà, alla bellezza che si manifesta in un passo di danza, in un verso di Rilke, nelle ali colorate di una farfalla. Una pagina di Storia squarciata dalla straniante colonna sonora che frulla i Beatles e David Bowie in tedesco a Tom Waits che canta I Don't Wanna Grow Up. E un prodotto perfetto per un pubblico di ragazzini, che in tempi di inquietanti rigurgiti fascisti può anche insegnare loro qualcosa.

Voto: 2,5/4

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