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Esce in sala il (ri)riadattamento di Pet Sematary di Stephen King diretto da Dennis Widmyer e Kevin Kölsch, secondo tentativo di condensare il libro in formato cinematografico dopo quello di Mary Lambert nel 1989, ormai diventato cult. Il dottor Louis Creed (Jason Clarke) e la moglie Rachel (Amy Seimetz) si trasferiscono nel Maine coi loro figli Ellie (Jeté Laurence) e Gage ( Ellie Creed). La morte del gatto di famiglia Church li porterà a contatto con un misterioso cimitero per animali nascosto nel bosco dietro alla loro nuova casa, con terribili conseguenze.

Ricapitolando, due registi non molto conosciuti, con all’attivo qualche pellicola ben recepita dalla critica ma certo lontani dai radar dei Circuiti Che Contano, si sono ritrovati a dirigere l'adattamento di un'opera di un autore mondialmente amato e riconosciuto, hanno dovuto competere con un precedente che vanta già un seguito accanito e soprattutto hanno dovuto farlo all’ombra dell’enorme successo dell’ultimo riadattamento di un’opera di King, IT (2017). Una corsa a ostacoli superata senza inciampare rovinosamente ma non per questo da applausi in tribuna.

Notevoli Clarke e Laurence, chapeau agli sceneggiatori Matt Greenberg e David Kajganich che hanno recuperato dettagli tralasciati dalla Lambert. Menzione d’onore anche per la colonna sonora di Christopher Young (Drag Me To Hell, Sinister, The Exorcism of Emily Rose). Tutto il resto è noia ben confezionata. Spicca una mancanza di audacia, il meccanismo si ripete all’infinito, i momenti splatter non costituiscono un climax raggiunto gradualmente ma piuttosto i picchi di un elettrocardiogramma piattino. Massimo dei voti per l’esposizione della trama, purtroppo a fronte di tutta questa chiarezza viene meno l’elemento oscuro che ogni horror dovrebbe avere.

Fermo restando che creare un prodotto originale e innovativo a partire da materia conosciuta non è semplice, rimane valido il reato di jumpscare – usato a sproposito e in abbondanza -, così come è lecito restare delusi se un film il cui compito sarebbe essere quanto più adrenalinico possibile si limita a portarti dal punto A al punto B, senza scossoni notevoli. I temi sotterranei – su tutti, la gestione del lutto – vengono relegati a qualche lacrima e sospiro ansimante, un dolore così forte da portare alla follia viene dipinto con tinte pastello, rimane scarsamente battuta una strada da cui si sarebbe potuto ricavare molto di più. Buono, fra alti e bassi. Retrogusto amarognolo.

Voto: 2

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