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Che Fatih Akin fosse un regista ampiamente sopravvalutato lo avevamo ormai capito da tempo. Certo però che negli ultimi lavori sembra quasi voler mettere in mostra tutta la sua meschinità e immoralità nei confronti dei personaggi e delle storie che racconta. The Golden Glove, in concorso alla 69esima edizione della Berlinale, non è da meno.

Seguendo la cronaca di uno dei più recenti serial killer tedeschi, Fritz Honka, il film gioca a sfidare lo sguardo del pubblico insistendo su sequenze macabre, volutamente grottesche e inutilmente pulp per creare ribrezzo e orrore. Quello che dispiace è notare come il regista non si sia messo a disposizione del racconto ma abbia anteposto il suo sguardo cinematografico alla narrazione. Di spunti validi, infatti, la storia ne propone diversi, a cominciare dal becero bar in grado di dare rifugio alle schegge matte di una società sempre più elitaria e cinica, sino ad arrivare alla vocazione irrazionale del protagonista nei confronti del sesso e della violenza.

Il tutto però viene somministrato con un gusto perverso e ricattatorio verso il quale è praticamente impossibile non provare ribrezzo. Akin crede di divertire il pubblico insistendo sui dettami che il genere ha fatto propri durante gli anni, ma si dimentica che spesso e volentieri gli spettatori sono meno sprovveduti di quel che si pensa, tanto da notare e sogghignare nel vedere un teschio prendere forma nel fumo di un incendio dopo un lungo, inutile, viaggio all'inferno.

Voto: 1/4 

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