Interviste

IL CALENDARIO DI OTTOBRE 2019

ottobre-2019
 
 
Ricchissimo il calendario di ottobre delle uscite cinematografiche, a partire dall'attesissimo Joker, recente Leone d'Oro a Venezia. Questo mese escono però anche Le verità di Hirokazu Kore-Eda, lo spin off de Il grande LebowskiThe Jesus Rolls - Quintana è tornato di John Turturro, il nuovo Terminator, e interessanti opere italiane come il nuovo thriller di Donato Carrisi (con Toni Servillo e Dustin Hoffman) e l'ultima pellicola di Salvatores.
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Lui giacca in blue jeans e t-shirt gialla, lei cappottino giallo e maglietta blu. Una complementarietà che spicca. Romanticismo e critica alle ingiustizie sono gli ingredienti che rendono Se la strada potesse parlare (If Beale Street could talk), primo film del premio Oscar Barry Jenkins dopo Moonlight, e adattamento dell’omonimo romanzo di James Baldwin, un concentrato di emozioni e cliché spesso al limite della verosimiglianza.

Mentre Moonlight è a tutti gli effetti una storia di uomini raccontata da uomini, Se la strada potesse parlare adotta per intero lo sguardo e la voce della diciannovenne Tish (l’attrice teatrale, esordiente sullo schermo, KiKi Layne), che cerca di farsi spazio nella Harlem rumorosa e violenta dei primi anni Settanta. Quando il fidanzato e amico di sempre, Alonzo, detto Fonny, viene arrestato per uno stupro che non ha commesso, Tish, che ha da poco scoperto di essere incinta, con il sostegno della famiglia (tra cui spicca la madre, una risoluta e combattiva Regina King) affronta la maternità e la potenza del sentimento per Fonny senza mai perdere la fiducia e la speranza.

Una lezione di umanità e di amore puro, unico scudo in un mondo in cui “l’uomo bianco è il diavolo” e a regnare sono, infide, paura e ingiustizia: questo è ciò che Jenkins vorrebbe dare al pubblico. Ci riesce, a tratti. Notevole è la sequenza della lunga conversazione tra Fonny e Daniel (Brian Tyree Henry), appena rilasciato dal carcere a seguito di un’ingiusta detenzione. La cinepresa gioca con il primo e il primissimo piano inquadrando il volto di Daniel, incorniciato dalle lacrime, mentre il racconto si fa sempre più violento: il climax funziona e lo spettatore realizza la crudeltà della posta in gioco.

Raffinata è la selezione della musica, che il compositore Nicholas Britell alterna a interi minuti di scrosci di pioggia. L’acqua, ancora una volta dopo Moonlight, è, accanto alla musica, un elemento fondamentale. Da luogo dove calmare i pensieri e rinascere, a luogo dove far nascere un figlio. I momenti di pathos dunque non mancano, ma il sentimentalismo si fa spesso esasperato e la pellicola scorre lenta, mentre si ripetono inesorabilmente dichiarazioni d’amore, sguardi in macchina, persino intere sequenze.

Dell’innocenza di Fonny non dubitiamo, del legame tra i protagonisti neppure, ma che ne è delle tensioni di coppia? Un sacchetto di pomodori gettato al muro. E delle rispettive famiglie? Un exploit di insulti e perfidie tra consuocere, di cui una, la madre di Fonny (Aunjanue Ellis), resta invisibile per il resto del film. 

“Discernere il significato delle percussioni dei tamburi nel rumore di Beale Street”, come vorrebbero i titoli di testa, risulta difficile. Il messaggio c’è, ma occorre districarsi (con molta pazienza) tra il labirinto di colori che dipinge l’estasi romantica. Bisognerebbe soffermarsi sul bianco e nero della carrellata di fotografie, che sospende, verso la fine del film, la narrazione: immagini di vessazioni del XX secolo, tutte reali, tutte strazianti.

Questa è l’America degli anni Settanta. Solo allora, considerando la domanda inevasa di giustizia, e prendendo le distanze dall’eccesso di sentimentalismo, comprenderemmo ciò che il regista intende comunicare: se la strada potesse parlare, parlerebbe d’amore.

Voto: 2/4

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