suspiria

Dopo il clamoroso successo internazionale ottenuto con Call me by your name, Luca Guadagnino abbandona i loci amoeni delle campagne cremasche, teatro di una storia d’amore malinconica e idilliaca, per trasferire il proprio focus su un classico dell’horror italiano: Suspiria di Dario Argento (1977).

Progetto cui spesso si è fatto riferimento in termini di remake – definizione peraltro rinnegata dallo stesso regista – il rifacimento di Guadagnino si configura come prodotto completamente a sé stante e lontano da una categorizzazione così semplicistica. Se la trama rimane più o meno invariata rispetto all’originale (Susie Bannion/Dakota Johnson, giovane ballerina dell’Ohio, viene ammessa alla prestigiosa – e misteriosa – scuola di danza Markos Tanz Company, dove l’austera Madame Blanc/Tilda Swinton fa di lei la sua pupilla), a cambiare è l’ambientazione: da Friburgo ci spostiamo nella Berlino del 1977, città vessata dal terrorismo e dalla memoria persistente dell’Olocausto. Allo svolgimento orrorifico cardine si aggiungono dunque importanti sottotrame fortemente politicizzate, intenzionate probabilmente a conferire una forma tangibile e storicizzata a quell’eterno ritorno del Male che funge da motore immobile così della narrazione, così della Storia.

Opera corale interamente dominata da figure femminili, Suspiria porta in scena un microcosmo esoterico dalla struttura evidentemente matriarcale, in cui il sommo potere della Mater Suspiriorum si rivela attraverso il linguaggio trascendentale della danza. Quest’ultima, rispetto al film di Argento, risulta assai più valorizzata, sia da un punto di vista concettuale (diviene vero e proprio rituale sacro di transizione), che estetico-formale: di fortissimo impatto le coreografie ideate da Damien Jalet, eredi della tradizione videoartistica e della lezione del teatro-danza di Pina Bausch e di Martha Graham. A quest’ultima in particolare sembrano rifarsi la carnalità e l’erotismo insiti nell’esecuzione delle danze, in quanto fondatrice di una precisa tecnica basata sulla respirazione (l’affanno delle ballerine è costantemente restituito in un crescendo sonoro che assume la valenza di un canto liturgico) e incentrata sulla contrazione-distensione del bacino, ovvero la parte del corpo principio della vita. 

Parzialmente vittima della troppa ambizione – non sconosciuta al regista Guadagnino – Suspiria scivola talvolta su soluzioni (volutamente?) kitsch e in alcune incongruenze narrative che finiscono per intaccare un quadro d’insieme potenzialmente ineccepibile. In ogni caso, è innegabile si tratti di un’opera coraggiosissima, capace di suggestionare e affascinare nel suo continuo dialogare attraverso differenti linguaggi artistici (un ulteriore plauso va alla colonna sonora firmata da Thom Yorke). Buona prova di Dakota Johnson, qui di una bellezza quasi preraffaellitica, perfetta nell’incarnare una duplice natura contesa tra innocenza, superamento dei propri limiti e oscura attrazione per l’ignoto; ma a svettare è soprattutto l’algida Tilda Swinton (impegnata in più ruoli), figura statuaria e sacrale verso la quale non si può che provare timore reverenziale. Presentato in concorso alla 75. Mostra del Cinema di Venezia.

Voto: 3/4

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