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A tre anni di distanza dall'ultimo lavoro Mia madre, Nanni Moretti torna al documentario (già frequentato saltuariamente in passato) con Santiago, Italia, in sala dopo aver chiuso tra gli applausi il 36esimo Torino Film Festival. Dal Cile al Belpaese il passo è sorprendentemente breve, quando due nazioni separate da un oceano si ritrovano a essere virtualmente vicine a causa di uno degli eventi più drammatici della Storia recente. Moretti racconta il trauma del golpe di stato di Augusto Pinochet che mise fine al governo di Salvador Allende nel 1973, focalizzandosi in particolare sulle centinaia di oppositori del governo militare che scamparono alla morte e alle torture rifugiandosi nell'ambasciata italiana a Santiago e fuggendo successivamente nel nostro Paese. 

Nel raccontare un episodio storico emblematico (e tutto sommato poco conosciuto), il regista vuole ovviamente rapportare quei fatti a una riflessione dell'Italia contemporanea. Lo stile adottato da Moretti è classico, asciutto e senza fronzoli. Tutto il film è costituito da interviste frontali ai testimoni, soprattutto i profughi richiedenti asilo che 45 anni fa lasciarono la loro Patria e trovarono una nuova vita qui, grazie alla collaborazione del partito comunista ma anche all'accoglienza di una nazione che, da allora, è diventata la loro casa. Moretti ha scelto di dare spazio anche all'altra "campana", con alcune (inquietanti) dichiarazioni di ex militari di Pinochet, imbastendo una ricostruzione storica precisa e lucida, scevra di retorica e leziosità, e al contempo capace di restituire un intenso coinvolgimento emotivo nell'ascoltare i racconti, talvolta commossi e commoventi, dei sopravvissuti.

Il discorso, come si accennava prima, va ben oltre la cronaca di avvenimenti appartenenti al passato. Il titolo Santiago, Italia racchiude perfettamente il senso di un progetto con cui, ancora una volta, Moretti scrive un capitolo significativo del cinema italiano contemporaneo (anche con un film "piccolo"): il confronto tra l'Italia ospitale di allora (perché il caso dei cileni fu un esempio straordinario di accoglienza, al di là delle sue implicazioni politiche) e quella di oggi, respingente, ottusa, individualista e chiusa in se stessa, è stridente e amaro. Vale la pena di riflettere su cosa è cambiato da allora, e come sarà il nostro futuro.

Voto: 3/4

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