Bohemian-Rhapsody

1970-1985, quindici anni nella vita del leggendario Freddie Mercury (Rami Malek): l'incontro con Brian May (Gwilym Lee) e Roger Taylor (Ben Hardy), la formazione dei Queen, il rapporto con Mary Austin (Lucy Boynton), la scoperta dell'omosessualità, il successo, i primi screzi con gli altri componenti della band fino allo storico concerto Live Aid al Wembley Stadium di Londra.

L'icona per eccellenza immortalata sul grande schermo: era inevitabile che la via del cinema incrociasse prima o poi quella di uno dei più grandi performer nella storia della musica moderna, dando origine a un biopic (pensato fin dal 2010) che mira a raccontare un lasso limitato dell'esistenza di Mercury, al secolo Farrokh Bulsara, tratteggiandone eccessi e fragilità, ombre, luci e contraddizioni. Impresa tutt'altro che semplice, dato il peso specifico dell'artista: il regista Bryan Singer (licenziato in corsa durante le riprese e sostituito da Dexter Fletcher) punta alla misura e alla linearità, narrando senza particolari guizzi, forse con l'idea di compensare tramite l'enormità di un personaggio senza mezze misure, in pubblico come nel privato. Ma è proprio questo il principale limite di un'operazione che si rivela piuttosto piatta e priva di nerbo, limitandosi a ricostruire (nemmeno troppo correttamente dal punto di vista filologico) e a indagare gli stati d'animo di un uomo diviso tra il desiderio di affetto e la sete di gloria, cadendo spesso in cliché francamente indigesti. Anche l'onestà di intenti pare a tratti latitare: il film tralascia volutamente gli aspetti più sgradevoli di Mercury (notoriamente poco incline al compromesso e alla diplomazia, lato che emergeva spesso durante le interviste), smussando angoli che, forse, i produttori Brian May e Roger Taylor non gradivano vedere rappresentati.

In ogni caso, qualunque perplessità si annulla in un finale memorabile relativo alla performance dei Queen al Wembley Stadium di Londra in occasione del Live Aid, tenutosi il 13 luglio 1985 allo scopo di ricavare fondi per l'Etiopia: la mimesi diventa totale, gli attori paiono trasformarsi realmente nei membri della band davanti agli occhi dello spettatore, il quale fatica a credere di trovarsi di fronte a una ricostruzione piuttosto che al reale concerto, un evento che ha segnato in modo indelebile la storia del rock. Venti minuti che valgono la visione, per appassionati e non. Da segnalare l'impressionante prova di Rami Malek, terza scelta (dopo Sacha Baron Cohen e Ben Whishaw) rivelatasi a dir poco perfetta.

Voto: 2/4

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