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Debbie Ocean, ancora scossa da qualche anno di gattabuia e impegnata a piangere la morte del fratello Danny, criminale e truffatore tanto quanto lei, decide di organizzare un colpaccio al gala annuale del MET con l’aiuto di una vecchia amica - e di una sgangherata gang di donne che riesce a mettere in piedi.

Si potrebbe sintetizzare così la trama di Ocean’s 8, la traduzione al femminile - mai così attuale nei mesi di #MeToo e Time’s Up - della trilogia (11, 12 e 13) firmata Steven Soderbergh (qui produttore) e capitanata da George Clooney (il Danny di cui sopra…), Brad Pitt, Matt Damon, Elliot Gould, il compianto Bernie Mac, Casey Affleck e tanti altri.

Ocean’s 8, diretto da Gary Ross, gioca con onestà le sue carte: da un lato, il legame con i film della trilogia (a sua volta ispirata a Colpo Grosso, di Lewis Mileston, con Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr.). Dall’altro, il cast di grandi star che riesce a schierare.

Nel primo caso, presto detto: la grammatica di Gary Ross ricalca, sia dal punto di vista estetico che narrativo, gli stilemi dei film di Soderbergh, senza tuttavia riuscire a trovare equilibrio tra camaraderie e godibili vezzi autoriali.

Nel secondo caso, lo stardom gioca la sua partita con classe: Sandra Bullock è una perfetta protagonista, un contraltare alternativo e all’altezza della figura di George Clooney. Anne Hathaway ruba la scena a tutte grazie a un ruolo auto-ironico e spassoso, convincono anche Awkwafina, Sarah Paulson, Mindy Kaling nei panni di più o meno disgraziate membri-chiave della gang. E se sorprende Rihanna, che non è nuova alle esperienze sul grande schermo ma che qui funziona particolarmente, fa sempre piacere notare come Helena Bonham Carter sia una delle più raffinate interpreti mai apparse al cinema negli ultimi anni.

A farne le spese maggiormente, purtroppo, è il personaggio di Cate Blanchett: l’attrice, che ci mette sempre un mestiere di enorme livello e un talento immenso, risulta qui sacrificata nei panni della spalla della Bullock, e finisce a rimasticare il personaggio di Brad Pitt, espressività compresa.

Al di là di tutto, però, tocca parlare del film. Godibile, laccato, sufficientemente glamour da giustificare brand del lusso pompati a volontà; peccato che, nonostante una vena comedy abbastanza solida, il film non riesca a essere credibile come “film di ladri”, per dirla grossolana.

Manca la tensione, il pericolo, la paura, anche nelle dimensioni più sardoniche possibili. Tutto scorre pacioso, snocciolando colpi di scena alimentati con il pilota automatico e situazioni mai troppo accelerate per creare qualcosa che sia più d’una risatina.

Per quanto divertente, Ocean’s 8 non ha sangue e non ha pressione, che sa come intrattenere il pubblico, senza riuscire a liberarsi di una pigrizia di fondo. Il pensiero è: a chi l’ha realizzato, forse, piaceva così tanto l’idea di fare un Ocean’s al femminile da dimenticarsi di scrivere una storia ponderosa. E i risultati, purtroppo, denunciano un’occasione parzialmente sprecata.

Voto: 2/4

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