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A distanza di tre anni da Jurassic World, che aveva restituito ossigeno e smalto alla saga dei dinosauri contemporaneizzati, Universal - giustamente orientata al profitto - ha pensato di imbastire un secondo capitolo (o quinto?), da collegare a doppio filo al predecessore. Nel 2015 i dinosauri di Jurassic World si appropriano definitivamente di Isla Nublar: nel 2018, gli umani tornano a decidere sul loro destino. Nel 2015, Colin Trevorrow si prende la briga di dirigere il film: Spielberg resta indietro, come produttore esecutivo e soprattutto guida creativa. Nel 2018, Trevorrow passa in sede di sceneggiatura (con Derek Connelly) e alla regia va invece Juan Antonio Bayona, reduce da A Monster Call. Jurassic World - IL regno distrutto (Jurassic World Fallen Kingdom) è assolutamente godibile nella prima parte, quella ambientata sull’isola, che sembra rievocare la compattezza del film di tre anni fa, sebbene vittima di una gestione dei ruoli buoni/cattivi da sussidiario, subito prevedibile e poco coinvolgente. 

Ritornano - e sono l’elemento forse più riuscito dell’operazione - Bryce Dallas Howard e Chris Pratt, la coppia dei protagonisti del primo film: guasconi e auto-ironici, ripetono la formula del 2015 con il pilota automatico (ma ben venga…). Si inseriscono nuovi personaggi, che seguono il bigino delle sfumature d’animo: la dottoressa idealista, il nerd esperto di dati e cavi, mercanti d’armi, cacciatori d’animali, James Cromwell nei panni del socio del glorioso John Hammond. La trama è banale: si pensa di voler salvare i dinosauri, ma in realtà c’è chi trama nell’ombra per tirare su palate di verdoni. Niente di più, niente di meno.

Il grave problema del film si rintraccia nella sua natura interlocutoria: dopo la fuga dall’isola, minacciata dai fumi di un vulcano di nuovo attivo, l’azione si sposta in un’unica unità che - sulla carta interessante - finisce per compromettere l’esito del film. Ambientare tutto all’interno di una enorme villa in cui far scorrazzare i dinosauri, con l’aggiunta di un sub-plot debolissimo, odioso e ai margini del ridicolo (che vede al centro la nipotina del personaggio di Cromwell), fiacca il ritmo, annoia, non emoziona.

Bayona fa quel che può - ha il tocco giusto, patinato e perverso per rendere interessanti alcune sequenze - l’artiglio del nuovo, umanissimo dinosauro-patchwork apre le finestre per inserirsi nelle stanze da letto, ma il problema è soprattutto in sede di script. Il film rovina in una serie di scivoloni legati soprattutto al rapporto tra uomini e dinosauri, senza però superare la superficie: l’uomo è cattivo e ha giocato male con la natura, quest’ultima si ribella e torna matrigna, un postulato da hard discount affidato al cameo di Jeff Goldblum, al suo gran ritorno nella saga. Leopardi è lontano, la fantasia di Hollywood però lo re-interpreta e fa di questo Fallen Kingdom un’opera interlocutoria, che rimanda chiaramente a un terzo (pardon, sesto) capitolo, un titolo asfittico e privo di identità.

A salvarsi, oltre ai due protagonisti, la scelta di Bayona di affidare un ruolo alla sua attrice feticcio Geraldine Chaplin - che lo segue dal primo film che ha diretto, The Orphanage - i cui primi piani sono ancora incantevoli.

Voto: 1,5/4

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