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Dopo il fortunato passaggio al Torino Film Festival 2017, tradizionale vettore del cinema italiano più sperimentale e fuori dagli schemi, sbarca in sala l'inconsueta commedia Tito e gli alieni, opera seconda di Paola Randi (Into Paradiso) con protagonista Valerio Mastandrea. Un film decisamente lontano dai classici stilemi nostrani, a partire dalla curiosa ambientazione: il deserto del Nevada nei pressi della famigerata Area 51, nota base militare statunitense sede di esperimenti top secret (e custode di segreti sugli avvistamenti degli alieni, secondo la tradizione ufologica). Qui, un bizzarro Professore (Mastandrea) vive isolato in una roulotte nel mezzo del nulla per ascoltare i suoni dello spazio, ma totalmente incapace di contatti umani dopo la traumatica scomparsa della moglie. Quando muore anche il fratello Fidel (Gianfelice Imparato), i figli di lui, l'adolescente Anita (Chiara Stella Riccio) e il piccolo Tito (Luca Esposito), vengono affidati allo scienziato, la cui vita verrà inevitabilmente sconvolta.

La napoletanità verace (dei due ragazzi) trasportata tra le assolate lande americane, uno scenario da film di fantascienza in cui si inserisce un tema delicatissimo come l'elaborazione del lutto (e il dialogo, in senso letterale, con la morte), uno stile che strizza volutamente l'occhio al cinema indie Usa: tutto questo è Tito e gli alieni, nuovo esponente di un cinema italiano che sta cercando fortemente di rinnovare il proprio linguaggio attraverso l'uso dei generi e la loro contaminazione. Impossibile non riconoscere il coraggio di questa pellicola, che la Randi dirige con sorprendente abilità e un talento visivo non comune, esaltato nella capacità di filmare i suggestivi spazi desertici in colori desaturati, nella visionarietà degli intermezzi siderali, nell'uso di una colonna sonora affascinante (si vedano i bellissimi titoli di testa sulle note di That Look You Give That Guy degli Eeels).

Paradossalmente, però, è proprio l'enorme ambizione a tradire il film, che osa troppo quando oltrepassa i confini della comedy intelligente per calarsi in territori filosofici-ultraterreni, in un finale che cita Incontri ravvicinati del terzo tipo e Contact ma con un esito decisamente traballante e troppo calcato sui buoni sentimenti. Peccato, perché la verve della regista, tra echi wesandersoniane che si mescolano all'ironia partenopea e una dichiarazione d'amore gioiosamente cinefila alla sci-fi classica tra Spielberg e Lucas, fa il paio con la recitazione stralunata di un ottimo Mastandrea. Un film alieno in tutti i sensi, che pur nei suoi difetti sprigiona una freschezza di cui il nostro cinema ha, francamente, davvero bisogno.

Voto: 2/4

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