50-sfumature-di-rosso

Per chi scrive - sia perdonata la retorica - fa un po’ sorridere recuperare ciò che aveva scritto in merito alla prima delle tre riduzioni cinematografiche da E.L. James, 50 sfumature di grigio. Si inneggiava a un sessismo facile, a una manipolazione quasi perversa in cui una giovane vittima dell’etero-patriarcato si lasciava sedurre dalle tentazioni facili di un uomo bianco, ricco e di bell’aspetto. Dal 2015 sono cambiate molte cose. La più importante, forse, è che, a parte qualche caso sparuto, l’indignazione nei confronti di questa saga sbancabotteghino si è limitata alle poche, sfigate parole del sottoscritto. E che oggi, ai tempi di #metoo e di #timesup, puntare il dito su una saga come quella di 50 shades fa un po’ démodé, come quando discettavi di Renée Zellweger ma il mondo aveva già scoperto Jessica Chastain.

E allora spogliamo il film da ogni orpello politico, ché tanto in questo caso gliene frega veramente a pochi - ricordo in merito un pezzo, invero un po’ semplicistico, su The Conversation e un altro, parecchio indulgente, di Claire Fallon sull’Huffington Post.

Il problema è che del film rimarrebbe poco. Posto che ci sono produzioni Lifetime che riescono ad avere tensione e polso maggiori, il problema è che Fifty (o 50? Distinzione utile a poco, tbh) è una straordinaria operazione di marketing e poco più. Perché il film non esiste, o meglio, annaspa tra gli iati di una sculacciata e l’altra.

È come se un’entità strana avesse deciso che il sesso e l’erotismo per il grande pubblico - chiamiamo le cose per quelle che sono - siano ormai appannaggio di ralenti, di rapporti consumati sul tavolo della cucina, di gelato che inturgidisce cosce e capezzoli. Noia totale.

E se si guarda con tenerezza al dinamismo della trama (con personaggi partoriti da qualsiasi lettore che scriva sulla rubrica di Top Girl dedicata al sesso), fa un po’ male scoprire che gli ultimi due capitoli dell’epopea siano firmati da James Foley, uno che in carriera ha girato almeno mezzo capolavoro (Americani) e altri due o tre titoli abbastanza solidi.

Ma davvero, poco importa, così come poco importa esultare sulla parentesi famigliare del finale, con mamma e papà che giocano col pupo - e sognano l’altro in arrivo, senza farci capire quanto o se abbiano dimenticato le sperimentazioni sadomaso in camera da letto. Fa tutto parte di uno schema intellettualmente onesto, scarnificato all’inverosimiglianza, un bigino dell’ovvio e del visibile che lascia sbalorditi quei due, tre con un po’ di sale in zucca - ogni cambio scena è anticipato da una panoramica su questa o quella città. Però, davvero, mettersi a giudicare anche no, pensiamo al film.

Che non c’è, e che anzi dovrebbe ringraziare di avere avuto negli anni una protagonista come Dakota Johnson, che è un’attrice straordinaria e che per fortuna adesso potrà dedicarsi ad altro - chi ha buona memoria se la ricorderà eccezionale in A Bigger Splash di Luca Guadagnino.

Forse non vi siete resi conto che, fino a ora, non è stato rivelato il colore che segue al Grigio e al Nero dei primi due episodi. È perché chi scrive, povero scemo, è così interessato al tutto che se l’è pure dimenticato.

Voto: 1/4 

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