The Post2

Steven Spielberg. Tom Hanks. Meryl Streep. Insieme. Cosa volere di più? Le aspettative attorno a The Post, oltre che per il tema scottante toccato dal regista statunitense, giravano anche attorno alla prima collaborazione tra tre icone del cinema, che mai prima d’ora avevano avuto modo di stare sullo stesso set. E visto il risultato finale, come prevedibile, si può dire sia un vero peccato che tutto sia avvenuto solamente ora. È il 1971, nel pieno della guerra in Vietnam, il giornalista del Washington Post, Ben Bradlee (Tom Hanks) riesce ad ottenere i segreti governativi che riguardano la situazione bellica e quanto questa sia distante dalle promesse e dai proclami dei presidenti statunitensi. Pubblicare o non pubblicare? L’ultima parola spetta a Katharine Graham (Meryl Streep), che guida il Post e che si troverà di fronte alla decisione più importante della sua carriera, e della sua vita.

The Post è un film dalle molteplici letture, stratificato, che solo apparentemente è cinema d’inchiesta ma che in realtà racchiude in sé molto di più, radicandosi nell’attualità più di quanto sembri, anche perché, come ha evidenziato lo stesso Spielberg, «tra ‘17 e ’71 purtroppo sembra essere cambiato poco». Rimanendo nel ’71, Spielberg affronta l’inchiesta – che poi inchiesta non è, visto che i documenti arrivano alla redazione senza ricerche estenuanti – con un piglio registico unico, incisivo senza dilungarsi, asciutto nello stile e con un forte desiderio di indagare l’umanità di chi quell’esperienza l’ha vissuta, scavando nelle emozioni prima che nei fatti, comunque presentati efficacemente. E di sicuro la presenza in scena di due icone come Tom Hanks e Meryl Streep aiuta, visto che i due protagonisti sono in stato di grazia e le interpretazioni risultano impeccabili e coinvolgenti, capaci di raccontare le diverse emozioni che appartengono ai diversi ruoli di redazione, una redazione che ora non c’è più, è cambiata, ma che probabilmente vive ancora di problemi con la libertà di stampa e di espressione.

Perché è (anche) di questo che parla il film, di come il compito primario di un giornale sia quello di informare, di essere al servizio della popolazione e non di chi governa, di raccontare la verità e scavare per trovarla, anche se questo può rivelarsi rischioso e controproducente per sé stessi. Non va inoltre dimenticato che Meryl Streep rappresenta una donna al comando in un ambiente di soli uomini, il che porta ad una riflessione sul ruolo femminile nella società, non solo nel mondo del giornalismo. Spielberg è quindi abile nel gestire un’opera rischiosa e che nelle sue mani diviene una gemma – la sequenza di apertura e quella di chiusura rientrano nella definizione di “perfetto” – impreziosita a sua volta dalla colonna sonora di un John Williams che da tempo non risuonava così efficace.

Voto: 3,5/4

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