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Nei suoi ultimi anni di vita Stalin era psicopatico, PSI-CO-PA-TI-CO, te lo dico io. Un pazzo sul trono. Riesci ad immaginarlo?” Così Nikita Krushev descriveva il suo antico padre politico, una volta che questi aveva tolto il disturbo da un pezzo. E attinente a questa immagine è il ritratto intriso di humor nero che il regista scozzese Armando  Iannucci dà del dittatore sovietico, immortalato (è il caso di dirlo) negli ultimissimi giorni della sua vita. Presentata in concorso al 35° TFF, Morto Stalin se ne fa un altro (macchinoso e inutilmente ammiccante il titolo italiano che sostituisce un ben più sobrio The Death of Stalin) è una black comedy in stile British (si tratta di una produzione franco-britannica) che non manca però di affondare stoccate dolenti sui drammi causati dalla dittatura sovietica e che trova in questa alternanza di registri, oltre che in un cast in ottima forma, il suo punto di forza.

Delirante e preda di una frenesia omicida che lo porta a compilare interminabili liste degli indesiderati, Josif Stalin (Adrian Mcloughlin) terrorizza persino il suo staff di fedelissimi, composto da Krushev (Steve Buscemi in grande spolvero), Molotov (Michael Palin), Berja (Simon Russell Beale) e Malenkov (Jeffrey Tambor). Quando il dittatore cadrà preda di un’emorragia cerebrale che lo ucciderà in poche ore, al Comitato Centrale toccherà l’ingrato compito di organizzarne le esequie, gestire gli eredi (Andrea Riseborough nei panni di Svetlana Stalina e Rupert Friend in quelli del folleggiante Vasily), ma soprattutto decide cosa sarà dell’Unione Sovietica dopo la morte del padre.

Il merito della sceneggiatura, tratta dall’omonima graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, è quello di strappare numerose risate senza mai dimenticare di chi e di cosa si sta parlando: le purghe staliniane, i rastrellamenti notturni insensati, le torture, le condanne e la morte di ogni libertà individuale non vengono lasciate da parte, neanche quando il tono si fa più farsesco e grottesco. Sono bravissimi i protagonisti a muoversi sul filo di questo umorismo crudele senza mai perdere colpi: si fanno notare in particolare i duelli al vetriolo tra il sardonico Kruscev di Buscemi e Berja, un laido, perfetto Beale, ma anche lo spaesato Molotov di Palin (ex Monty Pyhton a suo agio tra le trame di una sconclusionata vicenda di storia in parte immaginata) e il remissivo Malenkov di Tambor lasciano il segno.

Si perdona qualche lungaggine, specialmente nella seconda parte che non scorre oliata come la prima nei meccanismi comici, ma che vira all’oscurità in un finale che poco spazio lascia alla speranza, nel rispetto della verità storica. Un noto politico italiano sosteneva che “il potere logora chi non lo ha”, ma a giudicare dal destino di Stalin e dei suoi soci del Comitato Centrale, forse l’affermazione non vale per tutti.

Voto: 2,5/4

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