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"È tempo che i Jedi scompaiano". La frase di Luke Skywalker suona come un monito allarmante allo spettatore che si sottopone alla visione di Star Wars Gli ultimi Jedi, l'Episodio VIII dove Rian Johnson (Looper) prende il testimone di J.J. Abrams e ci catapulta nuovamente nella sfiancante, durissima guerra stellare tra la Resistenza (erede dell'Alleanza ribelle e ultimo avamposto democratico della Repubblica) e il malvagio Primo Ordine, degno successore dell'Impero. Luke, interpretato da un iconico Mark Hamill che si reimpossessa finalmente del personaggio che gli ha regalato la celebrità (e lo ha imprigionato inesorabilmente), vuole dunque dirci che Star Wars come la conosciamo non esisterà più? Il dubbio pervade Gli ultimi Jedi, ma una cosa è certa: se il nuovo capitolo della saga apre a nuove strade, è al contempo vero che l'epica trascinante di Guerre Stellari è rimasta invariata e potente, pur non senza imperfezioni.

Perché, se il predecessore Il Risveglio della Forza era un'operazione intelligente quanto deliziosamente astuta nel rifare specularmente il primo film della saga, Una nuova speranza, Gli ultimi Jedi si diverte a rimbalzare tra continui rimandi a L'impero colpisce ancora e a Il ritorno dello Jedi (ma anche a La vendetta dei Sith). Ma non lo fa per rassicurarci, bensì per spiazzarci, in continuazione. Narrativamente denso forse come mai nessun altro film della saga, nei suoi 150 minuti di durata (tantissimi eppure eccezionalmente scorrevoli), Episodio VIII inanella svolte e colpi di scena a ripetizione, trova nuove vie della Forza, ribalta ripetutamente i rapporti tra i personaggi, risponde in modo inatteso ad alcuni degli interrogativi della pellicola precedente e ne pone degli altri, che soltanto il nono capitolo, in sala nel 2019, potrà dipanare definitivamente.

Inutile e dannoso spoilerare ulteriormente la trama di questo gigantesco e ambizioso lavoro che alterna grandi momenti a parentesi meno riuscite e qualche svarione kitsch a livello scenografico (ma la sala del trono di Snoke è visivamente difficile da dimenticare), combattimenti astrali al percorso interiore dei due personaggi centrali - la Rey di Daisy Ridley e il Kylo Ren di Adam Driver, che si conferma villain sfaccettato come pochi nel genere fantasy -, piacevoli novità nell'immaginario della saga (bellissime le nuove creature, dai teneri Porg alle volpi di cristallo e ai Fathiers) a chicche irresistibili per i fan più viscerali. Tra i difetti, oltre all'incremento di personaggi che rende molti dei caratteri secondari sacrificati (tra le new entry, non convince la Rose di Kelly Marie Tran), è innegabile qualche scivolone nella prima parte, sia a livello registico che di sceneggiatura. Trascinato da una verve crescente, il film decolla però nella seconda, riuscendo a restituire con una serie di sequenze suggestive - e specialmente in un finale notevole - quella grandiosità e quel coinvolgimento emotivo che Star Wars regala da quarant'anni. E se l'uso copioso dell'ironia e dell'umorismo, tra i più azzardati stilemi messi in gioco da Johnson, talvolta è di grana grossa, è impossibile non emozionarsi di fronte al ritorno di Luke o alla presenza di Leia, nell'ultima interpretazione di Carrie Fisher, cui il film è dedicato.

Il film di Johnson è dunque fedele e al contempo eretico, meno coeso de Il Risveglio della Forza ma anche più coraggioso, estremo, esagerato. In attesa che il testimone ritorni nuovamente a J.J. Abrams in Episodio IX, per scoprire come si chiuderà la saga degli Skywalker, e se la galassia avrà bisogno di nuovi eroi.

Voto: 2,5/4

 

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