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Coney Island, penisola nel sud di Brooklyn, New York. Questo lembo di terra pullulante di montagne russe, spiagge gremite e zucchero filato diviene il palcoscenico dell’ultima pellicola di Woody Allen. La Wonder Wheel o La ruota delle meraviglie (come nel titolo nostrano) osserva incontrastata, nel suo perpetuo moto circolare, lo scorrere dei giorni dei quattro personaggi principali. Ginny (Kate Winslet), cameriera neoquarantenne con trascorsi da attrice, frustrata, infelice, imbronciata e sposata. Il marito Humpty (Jim Belushi), un uomo buono, un manovratore di giostre, uno stereotipo vivente: la camicia sgualcita aperta su canotta bianca mette ben in mostra una pancia prominente, risultato di troppe bottiglie di birra, dalle quali cerca di stare lontano. Carolina (Juno Temple), giovane figlia di lui, frivola, ingenua, in fuga dal gangster che si è sposata appena ventenne. In ultimo troviamo il narratore, che dall’alto della sua torretta da bagnino tira le fila della storia: Mickey, amante di Ginny prima e innamorato di Carolina poi, un Justin Timberlake un po’ troppo cresciuto per interpretare un ragazzo nei suoi late twenties.

L’intreccio prende piede negli anni ’50, riconfermando ancora una volta l’amore del regista per la narrazione di uno spaccato del Novecento (si ricordano gli anni ’30 di Café Society del dicembre 2016 o quel gioiellino di Midnight in Paris del 2011). L’ironia sagace di Allen si scorge in alcune battute, ma viene lasciato maggiore spazio alla serietà di un dramma psicologico, in particolare delle due donne. La Winslet, egregia come sempre, regala delle scene degne di nota, mostrando le fragilità di un personaggio alla ricerca di una giovinezza perduta, costretto a fare i conti con un uomo che non ama e un figlio, frutto di un precedente matrimonio, con una spiccata predilezione per la piromania (in quelle scene però, si sorride).

Il film scorre lentamente, si assiste pigri a twist largamente prevedibili in una sceneggiatura a cui non importa sorprendere ma palesare sentimenti di insoddisfazione, debolezza e amore, motore degli avvenimenti. Nonostante la lentezza si è catturati dalla maestria del cast ma sopratutto dalla fotografia di Vittorio Storaro, celeberrimo vincitore di tre Oscar e qui alla sua seconda collaborazione con Allen. I giochi di luce nel piccolo appartamento perimetrato da vetrate affacciato sul Luna Park, valgono da soli la visione della pellicola. Il rosso acceso sul volto e sui capelli della Winslet, intervallato ad un azzurro profondo regalano un’atmosfera surreale e immaginifica che si contrappone alla cruda realtà rappresentata in scena da questa moderna famiglia degli anni ’50. 

Si strizza l’occhio all’universo teatrale, si cerca la firma del regista nel pessimismo, nel destino, nella minuzia con cui ogni aspetto delle personalità sullo schermo viene tratteggiato. Ma forse sarebbe il caso di accantonare le aspettative, lasciare che il sipario si apra, che tristezza e bellezza si mescolino in centouno minuti. Sarebbe il caso di sedersi comodi, ascoltare una storia e godersi questa declinazione di Woody Allen.

Voto: 2,5/4

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