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Dopo la presentazione in anteprima al Festival di Locarno e poi al Torino Film Festival, arriva in sala il nuovo film di Francesca Comencini, a cinque anni da Un giorno speciale (ma in mezzo c'è stata la co-regia della serie Gomorra). Tratto dal romanzo omonimo scritto dalla stessa regista, Amori che non sanno stare al mondo racconta l'elaborazione di un relazione sentimentale finita, quella tra la romantica e volubile Claudia (Lucia Mascino) e Flavio (Thomas Trabacchi). Innamorati eppure incapaci di stare insieme, si muovono in un puzzle filmico in cui si alternano flashback della loro storia disfunzionale a momenti del presente, che li vede impegnati in due nuove relazioni: lui con la più giovane Giorgia (Camilla Semino Favro), lei con una sua studentessa, nonché ballerina di lap dance, Nina (Valentina Bellè).

Frammentata e volutamente caotica, la commedia drammatica che la più giovane delle sorelle Comencini imbastisce con uno stile dominato da una frenesia vorticosa è soprattutto il ritratto scombinato di un personaggio femminile, impegnata nella missione apparentemente impossibile di dimenticare un amore immenso, totalizzante. "Un personaggio irritante e tenero, scomodo, combattivo", nelle parole della stessa regista, che la brava Lucia Mascino incarna con un ardore recitativo certamente ammirevole: perché la sua Claudia è un carattere così estremizzato ed esasperante nella sua ossessione amorosa, da risultare alla fine adorabile. Al contempo, purtroppo, proprio questa vena di scellerata follia che anima la protagonista è sostanzialmente l'unico aspetto positivo di un film che, nel complesso, finisce con l'irritare molto più dei patemi sentimentali di Claudia.

Sostenuta da una regia raffazzonata che sembra perdere continuamente il filo del discorso, la pellicola è una disordinata e pretenziosa sequela di cliché. Difficile capire cosa sia più fastidioso, tra il femminismo d'accatto che percorre tutta la narrazione (la sequenza della lezione anti-fallocratica fa gridare vendetta), gli inspiegabili e gratuiti inserti di repertorio in bianco e nero, la leziosità delle sequenze saffiche, l'incapacità di restituire in modo adeguato il punto di vista maschile (peccato, vista la bravura di Thomas Trabacchi) o la banalità della scena "liberatoria" finale. Ennesima delusione da parte di un cinema italiano che non sembra avere la forza (né la voglia) di rinnovarsi davvero.

 Voto: 1,5/4

 

 

 

 

 

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