Detroit

A cinque anni di distanza da Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow torna dietro la macchina da presa per mostrare un nuovo pezzo di storia americana, concentrandosi sulle rivolte di Detroit dell’estate del 1967. Ai tempi, Detroit era una città dominata prevalentemente da fabbriche e dalla criminalità, una città in cui la maggior parte della popolazione afroamericana viveva in condizioni di povertà e marginalità, nonostante la presenza di fondi sociali e di una classe medio agiata. Ma la frustazione era tanta e non ci è voluto molto per dare fuoco alle polveri.

Tutto comincia con l’irruzione della polizia in locale apparentemente privo di licenza, dove si sta consumando una festa tranquilla. Tutte le persone partecipanti, quasi tutti neri, vengono arrestate. Nel frattempo, comincia a consumarsi una rivolta locale contro la polizia, destinata ad espandersi in tutto il paese e diventando sempre più violenta. Tra il 23 ed il 27 luglio viene mandata in città la guardia nazionale, mentre il presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson (succeduto nel 1963 a John F. Kennedy, promotore dei diritti civili e della Great Society) decide di far intervenire l’esercito per sedare le rivolte e per il bene della popolazione di colore.
La rivolta di Detroit provocò 43 morti, più di mille feriti, la distruzione di numerosi edifici e ingenti perdite economiche.

Prendendo in considerazione giorni che (purtroppo) sono anche i nostri (l’escalation razziale dell’era Obama ha dato numerose prove di ciò), la Bigelow dà una breve infarinata storica per poi raccontare minuto per minuto la mattanza psicologica e fisica all’Algiers Motel, nel quale tre persone di colore furono uccise e altre sette persone (tra cui due ragazze bianche) vennero torturate e picchiate da poliziotti bianchi, mai ritenuti responsabili degli avvenimenti. La Bigelow analizza questo breve spaccato storico tramite tre segmenti: la scintilla che ha dato inizio alle rivolte, i fatti dell’Algiers Motel e il vano processo ai poliziotti.

Ma non è la storia la vera e propria protagonista; lo è la psicologia. Le due ore e poco più sono dedite a sviscerare i moti di rabbia di entrambe le fazioni, della cattiveria gratuita e immotivata da parte di chi teme una prossima e inaccettabile mescolanza razziale e, quindi, stessi diritti e doveri. Andando oltre la superficialità della lotta tra bianchi e neri, girato con molta camera a mano e con un tocco di documentarismo, Detroit mostra la crudeltà di cinquant’anni fa (non molto diversa da nostri tempi) senza risparmiare i dettagli, ricercando e anatomizzando la storia di ieri per raccontare quella di oggi, calando il velo di opacità da una vicenda che ha tutto il diritto di essere conosciuta nel profondo, anche fuori dai confini nazionali.

Un film sempre nervoso, adrenalinico, un mulinello di vicende e anfratti psicologici che mette lo spettatore a prova di apnea. Un film che si è servito delle interpretazioni di John Boyega, novello Denzel Washington, in parte passivo ed impotente (come d’altra parte lo siamo noi pubblico), e di Will Poulter, arcigno poliziotto, mostro e creatore di mostri.

Voto: 3/4

 

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