Baby DriveR

Astuzia, velocità e determinazione; sono queste le caratteristiche di Baby (Ansel Elgort), asso nella manica della banda criminale guidata da Doc (Kevin Spacey), capace di compiere in auto qualsiasi delle più grandi acrobazie. Nonostante soffra di una malattia all’apparato uditivo, chiamata acufene, che lo costringe a non fare a meno della musica nell’orecchie, nella vita di tutti i giorni il suo nome reale è Miles, e ha il compito non solo di prendersi cura dell’anziano che lo ha cresciuto, ma anche quello di portare avanti una relazione con cameriera di un fast food, chiamata Debora (Lily James). Baby ha un conto aperto con Doc che deve saldare prima di lasciare l’organizzazione, perché il suo desiderio è quello di dedicarsi a tempo pieno alla vita di tutti i giorni. Ben presto però capirà che il cercare di uscirne dall’organizzazione e dalla criminalità, non è poi così tanto semplice o facile rispetto a quanto immaginato.

Come nel più classica delle corse del circus, Edgar Wright dirige il film, cercando di creare una metafora che può essere legata ed associata ad una gara automobilistica. Come nel più classico degli scenari, deve esserci uno sprint iniziale alla partenza che permetta al veicolo di prendere la prima posizione, in maniera da affrontare la prima curva in testa, davanti al gruppo. L’inizio di Baby Driver è un vero e proprio scatto, dove sia la rapina che il piano sequenza iniziale, colpiscono e regalano emozioni, anche grazie alla fluidità delle sequenze mostrate e a un buon montaggio. Ispirato a classici di inseguimento per eccellenza come Driver l’imprendibile di Walter Hill, e prendendo in considerazione altri riferimenti delle pellicole degli anni Settanta, il film per lunghi tratti appassiona e piace anche per le continue scelte musicali che accompagnano le scene (sulle note di Brighton Rock dei Queen si assiste ad esplosioni, inseguimenti e colpi d’arma da fuoco).

Capita però di incappare, come nelle gare di lunga durata, col finire la benzina e la seconda parte della pellicola sembra un po’ rispecchiare questa situazione. La fine della benzina coincide anche con la perdita del ritmo che per tanto tempo aveva entusiasmato e impressionato la prima parte della pellicola: ci si concentra di più su legami e relazioni, che sul provare a mantenere ancora alta l’adrenalina. Il finale non convince, lasciando nello spettatore sensazione di incompiutezza e l’amaro in bocca di una pellicola che poteva certamente avere un epilogo differente. Peccato perché nel contesto, la coesione dei personaggi era ben equilibrata, con un Ansel Elgort a suo agio nel ruolo di Baby, nonostante perennemente dotato di auricolare all’orecchio per cancellare il continuo senso di fastidio provocato dall’acufene e un buon Kevin Spacey nei pabbi del cattivo Doc.

Voto: 2,5/4

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