IT - CLUB DEI PERDENTI

Pennywise è tornato. Dopo 27 anni, come giusto che sia. Tanti ne sono passati dal 1990, quando Tommy Lee Wallace aveva tentato di portare su piccolo schermo l’enormità delle pagine di Stephen King, riuscendoci solo parzialmente. Ma It ritorna, ogni 27 anni, e ora è Andy Muschietti dietro la macchina da presa, per raccontare a tutti cosa accadde a Derry quell’estate che il club dei perdenti non dimenticherà. Mai.

È il 1988 (e non il 1957, come nel romanzo) e il piccolo Georgie Denborough sta per uscire in strada a giocare con la sua barchetta, non curante della pioggia incessante e battente. E di cosa lo attende. Pennywise (Bill Skarsgård). È solo uno dei tanti misteriosi omicidi/sparizioni che avvengono a Derry in quell’anno maledetto, con il clown che 8 mesi dopo si presenta, a turno, a Bill (Jaeden Lieberher), fratello di Georgie, Ben Hanscom (Jeremy Ray), Beverly Marsh (Sophia Lillis), Richie Toziers (Finn Wolfhard), Eddie Kaspbrak (Jack Dylan Grazer), Stan Uris (Wyatt Olef) e Mike Hanlon (Chosen Jacobs). Il club dei perdenti, ragazzini che, per un motivo o per l’altro, restano esclusi o emarginati, pieni di paure, di cui Pennywise si nutre.

IT - PENNYWISE

La paura, parla di questo It, ma non solo. Il romanzo ha infatti uno dei suoi cardini nell’amicizia, o in quel sentimento indescrivibile che va oltre ogni definizione, e che viene portato esaustivamente e in modo fin emozionante sul grande schermo da un cast giovanissimo credibile e che funziona, volti nuovi – eccezion fatta per Jeaden Lieberher e per Finn Wolfhard, il Mike Wheeler di Stranger Things – ma tutti convincenti. Ognuno con la sua paura, i suoi traumi, mostrati sapientemente e in maniera inquietante, sentimenti radicati nel profondo dell’anima e con cui dover fare i conti, da affrontare, da combattere, per diventare grandi, ed è forse quella la paura più grande. Sullo sfondo, Derry, una città talmente sporca e intrisa del male – di ogni genere, dal bullismo agli omicidi, arrivando all’indifferenza – da ergersi a simbolo, metafora di un mondo che King vede in modo oscuro e che nel film di Muschietti trova uno specchio fedele, interrotto di rado dai raggi di luce rappresentati proprio dai bambini stessi. Perchè a Derry, infatti, “i veri mostri sono gli adulti”. Apprezzabile, inoltre, la scelta di ambientare le vicende negli anni ’80, probabilmente sulla scia nostalgica di produzioni come Stranger Things, con tanto di citazioni di film di culto come Gremlins, Batman, Beetlejuice e Arma Letale, oltre ad un dovuto omaggio al Pennywise che fu, Tim Curry. Inoltre, tanti erano i timori che il clown danzante non fosse all’altezza del suo predecessore, capace di spaventare una generazione intera, e forse di più: Bill Skarsgård li spazza via al suo inquietante ingresso in scena, in una sequenza ormai entrata nel mito e che con questa pellicola vive di nuova linfa, aumentando la soglia del terrore di sequenza in sequenza, disturbante nella sua sconvolgente capacità di mutare forma a seconda della fobia di chi si trova al suo cospetto. Xavier Dolan lo ha definito come il suo nuovo film preferito del secolo: ha esagerato, ma portare su grande schermo un’opera come It è davvero difficile e il film di Muschietti, pur con qualche sbavatura, è sicuramente tra i migliori visti quest’anno.

IT

 

Di cosa parla It, davvero? È riduttivo ingabbiare il tutto in poche parole, come riduttiva è la sola definizione di horror con cui è stato superficialmente etichettata una delle opere più complesse e dai forti risvolti psicologici che siano state scritte, a tutti gli effetti il capolavoro di Stephen King che sembra trovare finalmente una fedele trasposizione – pur con licenze, ma ben giocate – capace di terrorizzare profondamente lo spettatore ma anche di raccontare in modo efficace le relazioni di un gruppo di amici.“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?”

Voto: 3/4

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