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“Comincerò dall’apocalisse”, è una delle tante frasi con chiari riferimenti biblici pronunciate in madre!, così come “voglio creare il mio paradiso”. Il film si presenta come un dramma con tanto di sottotracce thriller e horror, una sorta di Armageddon ciclico dove fine e inizio convergono nello stesso punto. Scritto in 5 giorni, a differenza di Dio che ce ne mise 7 per creare l’universo, secondo la Bibbia, Darren Aronofsky porta a termine il suo settimo lungometraggio mantenendo una sottile linea conduttrice che ricollega concetti espressi precedentemente in Pi-Greco il teorema del delirio e The Fountain – L’albero della vita. Tematiche e allegorie puramente esoteriche e religiose.

madre! si mostra come un film claustrofobico che mantiene un andamento narrativo febbricitante, nonostante tutti i nodi che non verranno mai sciolti e a dir poco inverosimili. L’unico modo con il quale si può dare un senso a tutto ciò è che quello che avviene, tutti i personaggi e le situazioni che si creano, sono una serie di allegorie che si riferiscono alla storia biblica della creazione, dell’apocalisse e di come si sono comportati i popoli lottando in nome di Dio, spargendo distruzione e morte. Questi concetti sono stati sviluppati in maniera confusionaria, inseriti in un enorme calderone che non fa altro che confondere sempre più lo spettatore, spesso turbandolo e disgustandolo, ciò non poteva che portare ad un risultato assolutamente non sperato. Il film infatti, proiettato in concorso al 74° Festival del Cinema di Venezia è stato accolto non bene in sala sia da critici che dal pubblico, divisi tra molti fischi e pochi applausi. Non convince, piuttosto delude tanta gente che si era creata enormi aspettative visto l’estro e il genio del regista.

A favore di Aronofsky però, come sempre, bisogna dire che il film registicamente parlando rasenta la perfezione, dominato da un’acustica e da suoni perfetti e coinvolgenti, con luci vive (quando ci sono), e colori cupi che rimangono costanti per tutto il film, trascinando e facendo sprofondare il pubblico nel delirio filmico. Un gran cast, visti i nomi, con una demonica Michelle Pfeiffer, il male della casa, casa intesa come luogo di vita e di morte, un Javier Bardem sottotono, creatore e distruttore al tempo stesso e una piacevole sorpresa: Jennifer Lawrence, che si mostra matura per ruoli che dal punto di vista della recitazione richiedono un particolare impegno e bravura, lei sì che non fallisce.  La Lawrence è tutto, è la madre, è la casa e soprattutto è la donna: il regista la premia incollandole la macchina da presa sul volto con lunghi piani sequenza.

Aronofsky sviluppa un’attenta analisi sull’uomo e sulla donna, contrapponendo la figura femminile dedita alla procreazione e allegoricamente individuata come la madre terra, a quella maschile, capace di creare, distruggere e ricreare in maniera egoista, poiché non è in grado di fare altro. Racchiude tutto in una sfera onirica che però diventa una parabola amara che mette troppa carne al fuoco, trattando troppi argomenti superficialmente: tensioni religiose, repressioni, genocidi, lotta tra il divino e il demonico e come se non bastasse, cannibalismo. Il film che all’inizio sembrava funzionare e stuzzicare le menti degli spettatori, finisce per infastidirli e adirarli. Rimane comunque indubbia l’immensa bravura del visionario (forse troppo) Darren, nonostante questa pazzia moderna con troppe verità nascoste.

Voto: 2/4

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