7-minuti-dopo-la-mezzanotte

È una fiaba della buonanotte che ti forza alla veglia, una fiaba all’interno della quale c’è bisogno, un disperato bisogno di discernere buoni e cattivi. Lo spettatore, nel dipanare questo spaccato di vita altrui, ha gli stessi occhi acquosi e disillusi del protagonista. Connor (Lewis MacDougall) eroe dodicenne, incastrato in un’età transitoria, è costretto ad affrontare quotidianamente un antagonista impalpabile incarnato nel cancro terminale di sua madre, Elisabeth (Felicity Jones). Le dodici e sette minuti scandiranno la venuta del suo aiutante, un “mostro” generato dall'antropomorfismo di un maestoso albero di tasso, abitualmente locato dinnanzi alla casa. Questa la sinossi di Sette minuti dopo la mezzanotte, A monster calls in originale, ultimo lavoro di Juan Antonio Bayona, già regista di due lungometraggi, The Orphanage (2007) e The Impossible (2012).

La sua prossimità al genere horror torna in un cromatismo torbido e ombroso contrastato dalle sequenze in cui l’albero narra al bambino due delle tre storie, magistralmente rappresentate attraverso pittura ad acquarello e stop motion. Storie dall’amaro in bocca, atipiche, dove la moralità dei personaggi è invischiata in un dualismo bene-male indiscernibile. La stessa moralità ambigua riscontrabile nella nonna di Connor, una distaccata e composta Sigourney Weaver o in suo padre (Toby Kebbell) affabile e affettuoso ma restio all’idea di accettare il primogenito all’interno della sua nuova fiammante famiglia oltreoceano. L’eroe fa i conti con la pietà dei suoi insegnanti, il bullismo e l’invisibilità che lo avvolge, con fine ultimo quello di sfiorare la sua profonda verità e riuscire a portarla alla bocca, raccontandola, poi, in una quarta e ultima storia all'albero-mostro che fino a quel momento ricopre un ruolo assimilabile a quello dei fantasmi dei Natali passati dickensiani.

La pellicola prende le basi dall’omonimo romanzo pluripremiato di Patrick Ness (qui sceneggiatore), da un’idea originare di Siobhan Down, scrittrice inglese morta prematuramente di malattia. La potenza del libro è attribuibile al riuscitissimo universo immaginifico che crea. Questa capacità evocativa non si affievolisce nella trasposizione cinematografica dove l’emozione travolge chiunque si trovi di fronte allo schermo; riuscendo, allo stesso tempo, a non cadere in una probabile banalità facilitata da un tema (come quello della malattia) rischioso e già sentito.

Questo equilibrio tra empatia e distacco viene realizzato attraverso movimenti della macchina da presa equamente distribuiti tra close up e inquadrature dall'alto. In questo gioco di vicinanze mai vere, sia visivo che sonoro, la scelta di empatizzare con l'universo narrativo è suggerita ma mai imposta: quando Connor vaga per il mausoleo d'oggettistica d'altri tempi, alias casa della nonna, con indosso le cuffie e la sua playlist, questa componente diegetica viene soffocata, lasciando allo spettatore l'ascolto delle musiche di Velásquez.

È l'illustrazione la passione che coinvolge madre e figlio e fa da fil rouge in una pellicola dove il connubio di immagine e fotografia regna sovrano. La ricerca dell'intimità dei caratteri diviene quindi scorgibile nell'arte. Sette minuti dopo la mezzanotte è una climax alla ricerca di un lieto fine, forse superfluo, forse inutile. Forse quello che conta è riuscire a chiudere gli occhi, a fine visione, e addormentarsi. Si tratta comunque di una storia della buonanotte, no?

Voto: 3/4

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