kong

C’è qualcosa di estremamente affascinante, nel King Kong del 2017, che non si riesce a percepire con nitidezza, a impatto immediato. Poi, però, il giochino rivela facilmente la verità: si tratta di cinema “americano” nella sua concezione più pura. E vecchia. Non confondiamo i livelli, però: sia il King Kong del 1933 di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack che quello, super bistrattato, targato de Laurentiis e diretto da John Guillermin, sono due film luminosi. La versione di Peter Jackson del 2005 soffre, come (quasi) tutti i film di Peter Jackson, di vecchiaia precoce: godibile alla prima visione, foriero di intuizioni molto, molto interessanti, ma incapace di mantenere integro il vigore passato il lustro. A ogni modo, non sbaglia chi (come Andrea Guglielmino su News Cinecittà) ipotizza che, forse, l’ultimo Kong in uscita nelle sale sta a quello di Guillermin come quello di Jackson stia a quello di Cooper e Schoedsack.

Da un punto di vista prettamente “estetico”, con alta probabilità, è così: l’ambientazione è moderna (il post Vietnam), i personaggi e l’approccio più aggressivi - anche se non troppo di più. Questo Kong - Skull Island, diretto da Jordan Vogt-Roberts (al secondo film dopo l’indie The Kings of Summer, gradevole senza essere troppo esaltante) si presenta come un reboot del franchise (sic!), anche se francamente - dopo tanti film, non soltanto quelli citati in apertura - viene difficile stabilire quale sia il reale inizio della storia di Kong, ammesso che qualcuno si ponga ancora il problema.

Dritti al sodo: il film non funziona. Vampirizzato da un’estetica nostalgica, che mescola a tutti i costi spirito anni ’70 da occhiali da sole, bandane e traumi da Vietcong all’ormai inflazionato contrasto sui limiti dell’uomo nei confronti della natura. Un esempio di questo forzoso mix è rappresentato dal tenente colonnello cui presta corpo e talento uno sprecato Samuel L. Jackson, un militare che lotta per l’onore del Paese e che, qui sta il profondissimo paradosso, non riesce a comprendere come lo scimmione sia un re benevolo e non un mostro assassino.

Tutto, a voler essere brutali, è tagliato con l’accetta. Ci si sforza a vestire l’operazione con toni vagamente raffinati (le note dei Black Sabbath, macroscopiche citazioni da Apocalypse Now) ma, per quanto godibili, queste parentesi si dissolvono nell’arco di pochi, disperati secondi. Kong, ben più imponente degli altri omonimi di celluloide, va preso sempre per quel che è: la solita metafora sulla cecità dell’uomo di vedere certe cose, e tutti quegli altri aspetti noiosi che già conosciamo e che non troverete nella formulazione di questa irritante frase.

Funziona il cast di contorno (soprattutto il solito John C. Reilly, ma anche Toby Kebbell), un po’ meno la triade Brie Larson - Tom Hiddleston - John Goodman, fossilizzati da ruoli-macchiette del tutto ingenerosi nei confronti del loro talento. Ma continuare a parlarne sarebbe davvero sopraelevare qualcosa di legittimamente modesto: in fondo conta l’azione, il respiro epico, l’avventura. Qui c’è tutto. In dosi, per l’appunto, modeste.

Voto: 1,5/4

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