hacksawridge

A dieci anni di distanza da Apocalypto (2006), Mel Gibson fa ritorno dietro la macchina da presa con La battaglia di Hacksaw Ridge, film di guerra ispirato alla vera storia di Desmond Doss (Andrew Garfield), primo obiettore di coscienza ad aver ricevuto la medaglia d’onore per aver salvato la vita a 75 soldati durante la battaglia di Okinawa senza aver mai imbracciato un’arma. «Il Signore è Dio eterno […] dà forza a chi è stanco e accresce il vigore dello spossato […] quelli che confidano nel Signore riacquisteranno nuove forze, si alzeranno in volo come aquile, correranno senza stancarsi, cammineranno senza affaticarsi». Su questa preghiera, sorta di commento salvifico ad uno scenario bellico disseminato di corpi straziati e esplosioni rigorosamente restituite al ralenti, si aprono le porte dell’ultimo inferno guerresco firmato Mel Gibson.

L’impressione è immediatamente quella di trovarsi di fronte all’ennesima epopea/apologia della guerra, infarcita oltretutto della più sfiancante retorica sul valore eroico e salvifico della fede religiosa. In realtà il progetto del regista sembra voler andare a parare altrove e anzi sforzarsi di virare in direzione diametralmente opposta, facendo del duro e puro Desmond Doss l’incorruttibile incarnazione di ogni principio etico e morale avverso alla violenza. Peccato il risultato si riveli piuttosto discutibile.

Alla prima parte del film, dedicata alla vita idilliaca del protagonista precedentemente all’arruolamento e alla mielosa storia d’amore con l’infermiera Dorothy (Teresa Palmer), ne segue una seconda mirata a ritrarre con estrema veridicità e crudezza di particolari quel sanguinoso inferno sulla terra che fu la battaglia di Hacksaw Ridge: forse l’intenzione era proprio quella di generare una netta e violenta contrapposizione fra una dimensione pacifica e i disastri della guerra, ma in entrambi i casi il coinvolgimento emotivo tanto ricercato nello spettatore rischia il più delle volte di sfociare in un esasperato sentimentalismo, finendo per mancare l’obiettivo.

Se poi il volto pulito e benevolo di Andrew Garfield (comunque non sufficientemente valorizzato) ben si presta alla resa credibile di un personaggio indubbiamente peculiare sia da un punto di vista storico che umano, l’ultima opera di Mel Gibson non riesce a riservare all’argomento la dovuta attenzione, scivolando troppo spesso nel ritratto caotico e violentemente ostentato del conflitto e in una banale e fin troppo ampollosa celebrazione del buon cuore del protagonista, certamente degno di ammirazione per l’eroica impresa, la caparbietà e il coraggio, ma proprio per questo altrettanto meritevole di un’analisi più matura e sfaccettata.

Presentato fuori concorso alla 73ª Mostra del Cinema di Venezia, il film ha riscosso comunque un clamoroso successo, guadagnandosi ben sei candidature agli Oscar, fra cui quella per il migliore attore protagonista e il miglior film. 

Voto: 1,5/4

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più vai alla sezione Privacy e sicurezza.