paterson

An old willow with hollow branches
slowly swayed his few high tendrils
and sang:

Love is a young green willow
shimmering at the bare wood's edge.

Epitaph, William Carlos Williams

Ci sono delle cascate sulle copertine delle più recenti edizioni di Paterson, poema epico scritto da William Carlos Williams e pubblicato nel 1946. Sono le stesse cascate che osserva Paterson, il protagonista dell’ultimo film di Jim Jarmusch interpretato da Adam Driver. Sono le cascate di Paterson, città del New Jersey dove si svolge l’ultima poesia scritta dal regista nato in Ohio nel 1953. È la (non) storia di una settimana come tante, nelle vite di un ragazzo, una ragazza e un cane. Non c’è un inizio, non c’è una fine, ma un unico flusso, il flusso di una cascata che continua a scorrere, giorno dopo giorno, con differenze talmente minime che è quasi impossibile percepirle.

Così Paterson si muove nella città che prende il suo nome (o viceversa?), guida l’autobus, osanna William Carlos Williams (o era Carlos Williams Carlos?) e scrive poesie a sua volta, torna a casa dalla sua ragazza e porta il simpatico Marvin a fare una passeggiata, sorseggia una birra nel suo pub preferito e torna a casa a dormire, prima di risvegliarsi e ricominciare un’altra giornata, identica (o quasi) alla precedente. Ripetizioni, ripetizioni continue nei gesti, nelle parole, nei nomi, nei volti. Ma non pensate sia una mera copia carbone, una questione di doppi che si ritrova banalmente nella scelta di usare gli stessi nomi, nella presenza di gemelli e di altre situazioni che esplicitamente richiamano la ripetizione.

No, Paterson è appunto un (magnifico) poema epico, come il libro da cui prende numerosi spunti e che non a caso ha il suo stesso titolo. Una poesia dove i versi si richiamano l’uno con l’altro, dove ci sono rime interne e strofe che solo lievemente si distaccano dalle precedenti. Paterson mostra la vita, una vita come tante di cui, a prima vista, non ci interessa sapere poi molto. La vita di una persona che vediamo dal finestrino di un autobus, su cui ci interroghiamo per pochi secondi e che poi dimentichiamo. Jarmusch invece sceglie di mostrarci quella vita, la vita del conducente di quello stesso autobus, una vita fatta di piccoli gesti quotidiani, divisa come tutte le altre vite tra momenti drammatici e comici, messa in scena con un’alternanza di registri invidiabile e di enorme spessore.

Cosa ci interessa di questo Paterson? Tutto e niente, forse, ma quell’uomo (e quella donna! e quel cane!) è uno specchio di tutti noi, perché dentro una singola umanità raccontata con tale sensibilità si può intravedere l’umanità intera. Paterson, così, è un altro tassello del monumentale mosaico umano di Jarmusch, fatto di figure ai margini, diverse eppure uguali a tutte le altre, esseri che scrutiamo dal vetro di un autobus, siano essi cani fantasma, uomini morti, fiori rotti, o amanti che cercano soltanto di sopravvivere nel mondo di oggi.

Già, perché Paterson è anche un grande film d’amore, straziante a tratti e caloroso in altri, che ci ricorda quanto sia importante tornare a ciò che amiamo. Sia questo un partner che abbracciamo di notte dopo una giornata uguale a tutte le altre, sia un simpatico bulldog che ci fa i dispetti, sia questa una passione che ci permette di elevarci e sentirci noi stessi. Sia questa una cascata, che mentre noi ci sentiamo di aver passato un’altra giornata identica alla precedente e alla successiva, continua a scorrere, indifferente a cosa le succeda intorno.

Ma, mentre Paterson e noi spettatori filosofeggiamo sul senso dell’esistenza e sul senso di un film semplicemente enorme nella sua minuscola apparenza, è arrivato il lunedì mattina, e questa volta potrà essere una settimana davvero diversa, senza più ripetizioni, base di una rinascita che proviene da quell’acqua che ha accompagnato l’intera visione. O forse no, ripeteremo ancora percorsi già battuti da noi e da altri, tanti anni fa, il mese prima o il giorno prima.

Ancora non lo sappiamo, ma l’acqua continua il suo flusso, mentre vecchi salici cantano dell’amore senza quasi rendersi conto che quei giovani di cui parlano non siano altro che loro stessi di tanto tempo prima. 

An old willow with hollow branches
slowly swayed his few high tendrils
and sang:

Love is a young green willow
shimmering at the bare wood's edge.

 

Voto: 3,5/4

  

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