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Lo-And-Behold

Nel corso della sua lunga carriera Werner Herzog ha in più occasioni scandagliato l’abisso dell’ignoto. Basta scorrere l’elenco dei titoli della sua filmografia per cogliere il filo conduttore di una insopprimibile propensione verso il non conosciuto, il mai visto, l’inesplorato. Una spinta che in più di una occasione ha posto il regista bavarese in situazioni estreme di reale pericolo fisico. È quindi perfettamente comprensibile che, a questo punto della sua carriera e ormai da anni stabilmente negli Stati Uniti, Herzog abbia sentito la necessità di esplorare un universo sfuggente e complesso come quello della Rete. Per un uomo che ha fatto la sua prima telefonata a 18 anni, cresciuto nell’isolamento più spartano sulle montagne tedesche, per cui l’unico social media è “un tavolo con al massimo sei persone”, il web probabilmente rappresenta quanto di più estraneo concepibile. È con questo spirito, animato dalla curiosità verso un mondo a lui completamente alieno, che Herzog ricostruisce nel documentario Lo and Behold la nascita e l’evoluzione di Internet, e le tante, importanti, aree di applicazione in cui la connessione globale ha giocato un ruolo decisivo.

Partendo dal luogo in cui è stato digitato il primo messaggio trasmesso da Internet, il viaggio di Herzog tocca numerosi centri degli Stati Uniti in cui, grazie al web, si sono raggiunti importanti progressi tecnologici in diversi ambiti della ricerca scientifica: dalla genomica all’esplorazione del cosmo, dalle telecomunicazioni all’intelligenza artificiale. La narrazione del documentario, come ormai consuetudine affidata alla inconfondibile voce dello stesso Herzog, cerca di restituire allo spettatore la meraviglia di uno scenario immateriale in fieri, colto nel suo illimitato e imprevedibile farsi. Ma è nelle pieghe più nascoste e inquietanti di questo fenomeno che la sensibilità di Herzog sembra trovarsi più a suo agio: mentre racconta il lato oscuro della rete, tra hacker e cyber-crimine, Herzog lascia infatti percepire tutto il suo scetticismo verso un “monstrum” potenzialmente in grado di sfuggire ad ogni forma di controllo umano.  

Quello che purtroppo scarseggia in questo nuovo documentario herzoghiano è quell’indefinibile senso di “sospensione” poetica che accompagna i momenti più alti del suo cinema. Nel prevalere di una volontà descrittiva e analitica sulla visionarietà artistica, Lo and behold è avvicinabile ai tanti “utility film” che hanno costellato la sua produzione: documentari, non tra i più memorabili, girati con uno scopo preciso, spesso su commissione, e con una funzione quasi didattica. Forse solo in un paio di momenti si affaccia sullo schermo l’Herzog che abbiamo imparato ad amare, capace di evocare Elvis Presley e di cogliere la sorprendente bellezza di uno skyline di Chicago popolato da monaci buddisti. Pur riconoscendo l’importanza e l’oggettivo valore scientifico del progetto, per stavolta non è moltissimo. Soprattutto se da uno come Werner Herzog siamo stati abituati ad andare sempre e soltanto un passo oltre l’impossibile. 

Voto:2,5/4

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