la-locandina-di-realityA distanza di quattro anni dal successo di critica e di pubblico ottenuto con Gomorra, il regista romano Matteo Garrone, classe 1968, torna a vincere il prestigioso Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, questa volta con un soggetto originale di graffiante attualità.

Reality, titolo quanto mai esemplificativo, chiaro, limpido ma al contempo portatore di un duplice significato (il reality-show massmediale, illusorio, boccaccesco e la dura realtà che sopporta quotidianamente la gente comune), è una lucida analisi, non priva di una pungente ironia, della deriva esistenziale a cui deve far fronte un pescivendolo napoletano, felicemente sposato e padre di tre figli, nel momento in cui realizza di non aver superato le selezioni per partecipare alla prossima edizione del Grande Fratello.

 

 

 

 

Garrone, lui stesso operatore alla macchina, braccando i suoi personaggi da vicino, spinge lo spettatore a calarsi nella storia in modo totale, saturandone completamente i cinque sensi. Ogni attore, dallo straordinario protagonista Aniello Arena fino all’ultimo caratterista, ha la faccia giusta, nessuno sbaglia una smorfia, di gioia o di dolore, qualsiasi essa sia. Ciascuno di loro difende con grande dignità le proprie ansie, i propri timori, senza mai rinunciare al tentativo di realizzare i propri sogni.

 

Tutto è luce, tutto è colore, dai matrimoni d’apertura, agli studi di Cinecittà (sempre più una Babele dei giorni nostri), passando per gli affollati vicoli di Napoli. Il film, senza mai essere retorico né didascalico, offre spunti estremamente stimolanti dello svisceramento della contrapposizione tra sacro e profano. Alla percezione distorta della realtà a cui si è sottoposti dal mezzo televisivo, alla brama di successo facile, si affianca la fede religiosa. L’occhio onnisciente di Dio viene a coincidere con l’occhio del Grande Fratello, in un corto circuito di ossessioni da cui, una volta entrati, sembra impossibile uscire. “Siamo tutti osservati: Nostro Signore ci guarda, ci giudica, ci guida”.

 

Con un prologo di inquietante pacchianeria che sarebbe piaciuto a Fellini ed un finale suggestivo che sfocia nell’onirico, Reality è la conferma, dopo le grandi prove di Ciprì, di Bellocchio e dei fratelli Taviani, che il grande cinema d’autore italiano sta vivendo un’annata memorabile.

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