cenerentola

I sogni son desideri.

Così cantava Cenerentola nel classico Disney del 1950. E proprio da questo verso sembra prendere piede il remake (se così si può chiamare) di Kenneth Branagh.

 

Sin dalle prime battute, attraverso un prologo studiato a tavolino, il regista esplica quali saranno i suoi intenti, o meglio, gli intenti dell’operazione: accontentare una fascia di pubblico romantica e giovane attraverso la narrazione di una fiaba dagli elementi classici che più melensa non si può, e che vorrebbe insegnare come la gentilezza e il coraggio siano le due virtù più importanti per un essere umano.

E allora ecco che la piccola Ella vive spensierata e coccolata dalla sua adorabile famiglia, in una trattoria piena di simpatici animali (immancabile il topolino Gas Gas) e che si crede essere una vera e propria principessa. La tragedia però è dietro l’angolo e ben presto la nostra eroina (Lily James) si troverà senza genitori, al cospetto della perfida matrigna (Cate Blanchett) e delle terribili sorellastre.

Tuttavia il lavoro di Branagh, regista da sempre devoto alla rilettura dei classici, minuto dopo minuto si distanzia notevolmente dalle premesse delle prime sequenze. L’autore inglese infatti è interessato all’apparenza che costringe i suoi protagonisti a comportarsi come marionette.

Cenerentola e il Principe (Richard Madden) sognano (ergo desiderano). Sono due schiavi alla ricerca di altro, alla riscoperta di se stessi. Bramano una libertà che non gli è concessa, una libertà che solo la Magia con la M maiuscola (ovvero l’amore) può restituire loro (come accade, per l’appunto, grazie alla Magica serata regalata loro dalla magica fatina). Nel finale d’opera, Branagh fa finalmente chiamare i due innamorati con i loro veri appellativi: regina lei (come era solita chiamarla sua mamma), Keith lui (come non era più solito essere chiamato a corte a causa dell’obbligata nomenclatura reale). Il loro sogno d’amore è dunque coronato, il loro desiderio di identità è esaudito.

Purtroppo però, in tutto questo sfarzo e sentimentalismo, c’è chi rimane a bocca asciutta, ovvero Branagh stesso. Il regista infatti è palesemente costretto e vincolato da una produzione tiranna che lo costringe a rispettare i canoni adolescenziali e sentimentali (attraverso la presenza di un Principe azzurro che più azzurro di così non si può), camei d’eccezione (una Helena Bonham Carter ingessata), tinte fiabesche e melodrammatiche (il già citato prologo) e una scontata morale di fondo (la gentilezza e il coraggio che fanno da filo rosso lungo tutti i minuti). La mano dell’autore si vede nel dinamismo di una macchina da presa sempre in movimento e attenta agli ambienti in cui spazia (eccellente il lavoro di scenografia organizzato da Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo) e nella gestione delle scene di massa (in primis la sequenza del ballo) capaci di lasciare a bocca aperta anche il più sprovveduto degli spettatori. Tuttavia è impossibile non provare una certa noia durante la visione, soprattutto in una parte centrale decisamente troppo pedante e piatta.

Cenerentola dunque è una pellicola che sogna una certa autonomia senza riuscire mai a raggiungerla, finendo per mostrarsi come una sfavillante e affascinante carrozza trainata da elegantissimi cavalli ma che, ben prima della mezzanotte, rivela la sua vera essenza.

Voto: 2/4

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