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Paolo e Vittorio Taviani   Kasia Smutniak   Riccardo Scamarcio   Jasmine Trinca   Kim Rossi Stuart   Paola Cortellesi   Lello Arena   Vittoria Puccini  

maraviglioso boccaccio

Quando, nel 1971, Pasolini gira il suo geometrico e polarizzato Decameron, restituisce la vibrante tensione di un momento storico ritenuto significativo dal punto di vista socio-antropologico. Il risultato? Una re-invenzione straordinaria, un omaggio evocativo e libero in cui il simbolismo diventa carnale e universale.

Quando, nel 2015, i fratelli Taviani si avvicinano al capolavoro di Boccaccio, l’intenzione – onorabile, santa e legittima – è quella di laudare l’emozione giovanile che, innanzi alle epidemie più oscurantiste, ieri come oggi, reagisce con fervore, fantasia e creatività. La peste nella Firenze del 1348, nella visione dei Taviani, equivale all’humus calcificato che paralizza gli animi di una contemporaneità spesso ingiusta e castrante.

Una visione, benché lodevole, decisamente claudicante: il Maraviglioso Boccaccio dei Taviani, nonostante le ambizioni civili, ha evidenti problemi nella struttura, nello sviluppo e nella contestualizzazione del suo racconto.

 

È chiaro che adattare Boccaccio è impresa ardita, coi tempi del cinema, e che forse sarebbe stata opportuna una distribuzione televisiva in grado di condensare pertinentemente la cornice – fedele all’opera originaria – e gli episodi al suo interno incastonati; è anche, vero, ahiloro, che i Taviani si allontanano del tutto dalla forza e dal vigore del precedente Cesare non deve morire (Orso d’oro al Festival di Berlino 2012), per virare in direzione dell’oleografica compostezza di opere minori, quali La masseria delle allodole (2007) o Luisa Sanfelice, girato per la Rai nel 2004.

Maraviglioso Boccaccio viene meno alla fedeltà delle proprie intenzioni. Ai dieci giovanetti in fuga dalla peste fiorentina viene dedicato poco spazio e momenti infelici: le motivazioni culturali con cui rispondo all’ umiliazione di un esilio forzato sono affrettate, raffazzonate e consumate da espedienti narrativi di sbalorditiva sciatteria. Ai fanciulli in fuga dei Taviani – nonostante i dieci giovani attori siano tutti bravi e in forma - mancano vibrazioni, paure e tensioni effettive.

E il problema più grande si riscontra nella composizione dei racconti inseriti nella cornice: a causa di scelte di casting dovute più alla risonanza dei nomi (ah, le ragioni ministeriali!) che al talento degli stessi, alcuni straordinari esempi di moralità civile del Boccaccio restano avviluppati nella mediocrità di voci sfiatate, di visi gradevoli ma mono-espressivi, di recitazioni legnose e improbabili. Se non fosse per il mestiere di Lello Arena, e per la dirompente Cortellesi – rispettivamente nei panni del duca Tancredi e della badessa Usimbalda – tutto il resto del cast delle grandi occasioni meriterebbe d’esser subito dimenticato. Eccezion fatta per il falcone di Federigo degli Alberighi, cui i registi regalano due primi piani straordinari, in cui l’animale dimostra un’intensità del tutto assente nei volti dei colleghi umani.

I Taviani si limitano a riproporre cinque novelle - cinque dei ragazzi, dunque, restano a favella vuota - focalizzate su questioni e tematiche degne di racchiudere la loro parabola. Schierate a tasselli incastrati (ed è questa volontà quasi strategica a imporsi come scelta più interessante dell’operazione) si inizia con messer Gentile de’ Carisendi e la rediviva Catalina, si prosegue con Calandrino, Buffo e Buffalmacco, con la storia d’amor cortese di Ghismunda e Guiscardo osteggiati dal di lei padre Tancredi, con la scollacciata vicenda di suor Isabetta perdonata dalla badessa Usimbalda, e si chiude con l’episodio di Federigo degli Alberighi e il suo sfortunato falcone. Sentimenti gentili, rivalse sociali, beffe: la centralità della narrazione diventa così elemento totalizzante, metafora di una salvezza che è però solo accennata. I Taviani chiudono la pariglia con una frettolosità quasi inspiegabile, di perigliosa ispirazione amatoriale.

Al di là dei pochi momenti in cui si ravvisa l’estro dei due registi, che ritornano ai momenti più significativi di film come La notte di San Lorenzo o Padre Padrone - l’esitare di Tancredi tra le luci delle candele prima dell’ordine di strangolamento, o l’inquadratura con battuta riservata all’amante di Usimbalda prima che sia costretto a chiudersi dentro un baule – il Maraviglioso Boccaccio dei Taviani si priva di bordature definite e stabili. C’è un inutile Streben alla compostezza che rende l’operazione irrilevante e impalpabile, che l’allontana da quadri sardonici e autoironici e che, soprattutto, stride con l’umanesimo salvifico e ai limiti del provvidenziale ricercato sin dalle prime sequenze. I nostri sono tempi in cui lo storytelling è ripetutamente saccheggiato dalle dinamiche retoriche di soloni, aziende et ovvietà varie: è lecito aspettarsi di più da chi ha diretto un film come Allonsanfàn. La lotta alla contemporaneità, qui, perde contorni e sfumature inquadratura dopo inquadratura: chi si accontenta, e ne ravvisa furbescamente l’ologramma, abita forse il mondo che merita.

Voto: 1,5/4

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